Spoleto danza: Europa batte Usa 1-0

In risposta all’appellativo “eurotrash” coniato Oltreoceano, il festival dei Due Mondi ha messo in parallelo il viennese WienerStaatsBallett con il Pacific Northwest Ballet di Seattle. Meglio il primo, grazie all’apporto di Manuel Legris

WienerStaatsBallett, Maria Antonietta

Spoleto (Pg) , 2012-07-12 05:00:00

C'è da tempo uno strano atteggiamento di snobbery nel mondo della danza statunitense, che tende a vantare una certa superiorità culturale ed estetica rispetto a quanto prodotto in Europa. Si sono scomodati persino appellativi come Eurotrash, parlando di spazzatura coreografica, tacciata di pleonasmi, ridondanze, enfasi espressive che gli americani mal digeriscono (a meno che non siano – teatralmente parlando – di lapalissiana e immediata lettura).

Invece le cose non stanno proprio così. A darci occasione di un raffronto interessante il Festival di Spoleto, che ha nella sezione danza (diretta da Alessandra Ferri) una delle punte di diamante del cartellone per presenze e gradimento del pubblico. 

Per il 2012 la Ferri ha scelto infatti di proporre tre realtà artistiche – una americana, il Pacific Northwest Ballet di Seattle e due europee, il WienerStaatsBallett e il Dresden Semperopern Ballett – in qualche modo assimilabili nella collocazione, per tutte e tre appena ai margini delle grandi capitali del balletto, eppure ugualmente rilevanti per attività e storia,  ma soprattutto per il fatto che tutte e tre sono guidate da pochi anni da altrettanti direttori appartenenti alla nuova generazione.

Ex stelle di levatura mondiale, in particolare Peter Boal, già del New York City Ballet per il PNB o Manuel Legris dell'Opéra per Vienna, oppure vicinissimi a geni assoluti della coreografia (come Aaron Watkins ora a Dresda, già nel Frankfurt Ballett di Forsythe), i neo direttori non hanno  cinquant'anni, e soprattutto posseggono un bagaglio artistico eccellente che li ha i formati ad una idea di danza sulla quale poggia inevitabilmente il futuro – non solo delle loro compagnie. 

Compito di un direttore è infatti dare o ulteriormente affinare l'identità artistica della sua creatura: omogeneità stilistica, attacco, personalità, estetica,  cercando di preservarne la storia e insieme dare indicazioni per il suo futuro. A distanza di soli cinque giorni l'una dall'altra, nella tradizionale cornice del Teatro Romano, la formazione del WienerStaatsBallett e il Pacific Northwest Ballet hanno così evidenziato la propria personalità e insieme quella dei loro direttori. E subito, come si diceva, si è capito dove andava l'ago della bilancia. 

È bastato vedere nella posa iniziale del balletto concertante di Jorma Elo Glow-Stop (a suo tempo creato per gli americani dell'ABT) dodici solisti viennesi per rendersi conto dell'impronta di Legris. Una cura assoluta per lo stile, l'appeal scenico, la musicalità fluente, una tecnica accademica raffinata: un lavoro di cesello per rendere omogenee le movenze, l'approccio e la qualità di artisti provenienti da diverse scuole ma che, dopo soli due anni di direzione del grande ballerino francese, hanno già acquisito sensibilmente un nuovo appeal. Tolta quella stantìa immagine valzerina, qui si vede una compagnia di balletto di bel respiro, che proprio la coreografia di Elo, su musiche di Mozart e Glass, esalta in un intarsio di entrate e uscite, in un linguaggio neoclassico anche sulle punte, ma non banale nei guizzi virtuosistici, nelle concezioni di spazio, nella musicalità dei corpi che si stendono sulla musica con energia e slancio. Un modo di ballare classico con gusto moderno, senza lezio, con padronanza e consapevolezza, che mette bene in risalto alcune individualità come Kiril Kourlaev e Vladimir Shishov . Piace  che Legris, allievo in questo di Nureyev (che lo lanciò giovanissimo), metta in evidenza le peculiarità di ciascun interprete affidandogli dei ruoli che insieme mettono alla prova nuovi autori con la difficilissima realtà della drammaturgia di danza. L'ha fatto con Marie Antoinette, sua prima commissione a Vienna: titolo adattissimo, visto i legami franco-austriaci incarnati nella sfortunata regina di Francia figlia di Maria Teresa d'Austria, affidato a un coreografo giovane, alle prime importanti prove autorali, Patrick De Bana. A Spoleto se n' è visto un resumé, necessariamente privo di scene, effetti vari e l'intera compagnia e questo sicuramente ha penalizzato la concezione dello spettacolo. Da quanto visto si è però capito che l'autore ha raccontato le vicende della regina (la bella e delicata Olga Esina, candidata per questo ruolo al Benois de la Danse 2012) con una modalità narrativa piuttosto tradizionale, usando tutti gli strumenti compositivi e le regole teatrali (doppi compresi) di cinquant'anni di balletto drammatico postmoderno, il tutto trascritto in un linguaggio neoclassico che mantiene fondamentale l'attenzione alle linee e alla musicalità ma resta un po' nella “maniera” per ciò che riguarda i tratteggi psicologi. Che Legris, conoscendo il conservatore pubblico viennese, operi con gradualità nell'aprire le porte all'innovazione e ad altri stili? Può essere. Certo che pur nel rispetto di un gusto e di una tradizione, è proprio il modo con cui la compagnia va in scena che ne attesta la vitalità corroborata.

In attesa di vedere l'altra realtà europea, il Balletto di Dresda, la serata del Pacific Northwest Ballet ci ha invece riportato a una concezione di balletto piuttosto sclerotizzata, in una leziosità formale stranamente passatista. E dire che il programma aveva la firma di Twyla Tharp, tra gli autori più creativi e importanti del postmoderno americano, capace di disinvolti attraversamenti di genere, e di inventare un melting pot linguistico che ha fatto del suo linguaggio qualcosa di assolutamente unico. A Spoleto Tharp era arrivata, sconosciuta, nei primi anni'70, facendo furore con quella fisicità estroversa, scanzonata, apparentemente easygoing eppure calibrata nel gioco dei controlli e dei contrappesi, nelle tenute, nel fluente passaggio dalla tecnica accademica allo slang dei balli da sala. Un vago disappunto, e la sensazione che –  ohimé, in ambito di coreografia oggi la situazione in America sia sclerotizzata –  ci ha preso dunque quando il PCB è arrivato in scena per Opus 111 sul Quintetto in sol maggiore op.111 di Brahms, coreografia estremamente di “maniera” che la Tharp ha concepito per sei coppie nel 2008, dimostrando che la vena spregiudicata della sua giovinezza è confluita in un “mestiere” senza rischio. Qui è un tripudio di  vezzi di un certo neoclassicismo intinto di libertà modern, anche con certe  modalità d'antan (compresi i ballerini che passeggiano tenendosi a braccetto, molto anni Sessanta), cauto nelle soluzioni coreografiche che restano in un formalismo scolastico.

E se il duetto Waterbaby Bagatelles su musica di Lurie è stato talmente essenziale da non far cogliere altro che le belle linee di Carla Korbes (la migliore in campo), a convincere ed esaltare il pubblico ci hanno pensato le celebri Nine Sinatra Songs, del 1982, gioiello di fusione tra alto e basso, sia nella furba scelta musicale di standard della Voce, che nel linguaggio destrutturato, a tratti omaggiante i balli da sala, a tratti elaborando vere e proprie acrobazie, ha fissato per sempre il genio della coreografa. Eppure anche qui, il risultato è sembrato forzato, superficiale, forse anche a causa di una compagnia abbastanza disomogenea nei fisici, nelle linee e nella qualità e scarsamente espressiva, secondo il più asettico balanchinismo che, ohimé, sembra un endemico male di molte compagnie di balletto americane. Che, insomma, anche nel mondo del balletto, il nuovo arrivi dal Vecchio Mondo? Spoleto sembra dirci proprio di sì.


(Silvia Poletti)

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