Una Lulu unica. Ma già vista

L’allestimento di Bob Wilson per il Festival dei Due Mondi di Spoleto è permeato dal suo inconfondibile segno. Lascia tuttavia un senso di déjà vu, che dovrebbe suonare come un campanello d’allarme per il regista. Straordinari gli interpreti del Berliner Ensemble e mai scontate le musiche di Lou Reed

Lulu, regia di Bob Wilson. Nella foto di Lesley Leslie-Spinks, l'attrice del Berliner ensemble Angela Winkler

Spoleto (Pg) , 2012-07-10 12:07:00

Poteva essere davvero interessante, sul piano strettamente teorico, vedere la Lulu di Wedekind affrontata dal Berliner Ensemble, la compagnia fondata da Brecht: il caustico pre-espressionismo dell'uno è palesemente lontanissimo dal teatro epico dell'altro, ma si sente che tra i due autori c'è un filo comune, che senza l'audacia formale, lo spirito caustico, la rottura delle convenzioni attuata dal primo non ci sarebbe stata l'inesorabile lucidità dialettica del secondo. E nello sguardo feroce, disilluso con cui Wedekind guarda all'ipocrisia e all'ottusità borghese dell'epoca c'è un atteggiamento che si prolunga in tanta parte della cultura tedesca del Novecento, che attraverso Brecht arriva a Fassbinder e oltre.

Ho detto che sarebbe stato interessante, perché di fatto Bob Wilson – regista di questo spettacolo, in circolazione già da un paio d'anni sui palcoscenici europei – un simile atteggiamento filologico non ce l'ha proprio nel suo DNA: a lui dei rapporti tra Wedekind e Brecht non importa nulla, non gli importa di Wedekind e forse in fondo neppure della Lulu: come primo intervento, infatti, il regista azzera il testo, lo scavalca, lo ignora, ne dissolve la trama, il che sarebbe anche legittimo, se la sostituisse con qualcos'altro. Invece Wilson sembra voler fare a meno di qualunque costruzione drammaturgica, puntando solo a una serie di quadri staccati, di smaglianti visioni oniriche.

L'impronta più vistosa del suo approccio è nella scelta di trasformare tutti i personaggi in maschere grottesche, quasi delle artificiose, esasperate super-marionette: coi volti bianchissimi, il trucco clownesco, le movenze rigide da automi, paiono figurine uscite dalle strisce  un fumetto, o torve caricature alla Grosz. Gli uomini formano una cupa galleria di cinici profittatori, di corrotti, di viziosi, di deboli, di ricattatori, mentre Lulu cammina come una bambolina meccanica, ha perennemente stampato sulla bocca un sorriso stereotipato e parla con una vocetta ingenua da bambina, come una creaturina senza età e senza vera coscienza morale, al di là delle categorie del bene e del male.

Il regista texano fa di questo truce dramma del devastante potere dell'attrazione erotica una sorta di esangue musical, privato di qualunque spessore reale, ridotto a una sequenza di trasognati flashback a sé stanti. L'effetto principale dell'operazione è il  totale svuotamento di quell'immagine di Lulu come mito assoluto di una femminilità rapace, ferina, portata solo a seminare morte e distruzione – tutti i suoi amanti, mariti, spasimanti finiscono ammazzati, suicidi o comunque rovinati – che è di fatto l'autentico nucleo primario del testo: visti attraverso questa gelida distanza formale, il desiderio, la pulsione sessuale che stanno alla sua base si riducono a una sorta di astrazione, a una macabra pantomima, splendida a vedersi ma completamente priva di sostanza.

È, ad esempio, un caso indicativo quello dell'inizio della seconda parte, Il vaso di Pandora, in cui Lulu – condannata per avere ucciso l'ultimo marito, il suo mentore e protettore dottor Schöning – compie una rocambolesca evasione dal carcere grazie alle manovre dell'ambigua contessa von Geshwitz, perdutamente innamorata di lei e pronta a qualsiasi sacrificio per salvarla. Di tutti questi avvenimenti, nello spettacolo, non si fa tuttavia neppure vagamente cenno: e così non soltanto non si coglie il perché di quanto accade - la fuga a Parigi e poi a Londra, la decadenza, la prostituzione - ma neppure si capisce cosa la Geshwitz esattamente in questa storia ci stia a fare.

Persino il sanguinoso epilogo della vicenda – in cui Lulu, all'ultimo stadio del declino, è destinata a perire nei bassifondi londinesi, sotto l'emblematico coltello di Jack lo Squartatore - sembra un'azione puramente simbolica, allusiva, praticamente priva di conseguenze concrete: più che l'inevitabile approdo di una interminabile caduta morale, di cui lei è stata insieme responsabile e vittima, è la discesa in un oscuro territorio della psiche, dove la donna si muove in una densa penombra, con gesti appena accennati, quasi privi di consistenza fisica, e tutta la varia umanità che la circonda non è che una parata di vacue apparizioni, una folla di spettri stagliati sullo sfondo.

Lo spettacolo, che è stato tra gli eventi più attesi del Festival dei due Mondi di Spoleto, ha immagini bellissime, come quella di Lulu in un paesaggio di cipressi e lampadari di cristallo. Ha quelle solite, estenuate simmetrie compositive tipiche di Wilson: è esemplare, in questo senso, l'arrivo di un piatto di asparagi verdi come i guanti che ricoprono le braccia della donna, e come alcuni dei neon che scandiscono lo spazio della scena. E quel sedicente acrobata Rodrigo Quast –  una specie di melefico diavoletto che fa quasi da trait d'union fra le varie situazioni – o quel Jack lo Squartatore diafano, un po' efebico, misteriosamente presente alla ribalta dall'inizio, sono sicuramente delle invenzioni di rilievo.

Hanno un peso determinante, nell'occasione, anche le musiche di Lou Reed, che non è Kurt Weill, né pretende di esserlo, ma svolge in modo molto efficace un ruolo di questo genere: le sue canzoni,  ora dure, quasi stridenti, ora ingannevolmente accattivanti – mai, comunque, meramente decorative – non hanno  ovviamente nulla a che fare con Wedekind e con la sua scrittura, ma aiutano a inquadrare il dramma da una più febbrile prospettiva odierna.

Ci sono inoltre gli straordinari attori del Berliner Ensemble, con la loro tecnica impeccabile, con la loro  solita, sorprendente capacità di passare senza scosse dalla recitazione al canto. È bravissima, su tutti, Angela Winkler, una Lulu stralunata, bizzarramente angelica, ma vanno citati anche Alexander Lang, un agghiacciante dottor Schöning, Markus Gertken nei panni di Alwa Schöning, Jürgen Holtz in quelli di Schigolch. A farsi però soprattutto notare è la novantenne Rüth Gloss, l'unica che ha lavorato direttamente con Brecht: è fragile, curva, non pronuncia una battuta, non ha una parte da sostenere, ma dimostra più grinta di chiunque altro, e ogni volta che fa il suo ingresso sul palco cattura l'attenzione.

Alla fine, che dire? Wilson è un grande, ha risorse creative inesauribili, sa ancora padroneggiare il linguaggio del teatro come pochi altri: resta tuttavia l'impressione di uno stile un po' generico, che  ormai da qualche tempo viene indifferentemente applicato in qualunque circostanza, indipendentemente dalle opere e dagli autori affrontati. Resta una certa, spiacevole sensazione di déjà vu, che per uno degli ingegni più spiazzanti dell'ultimo mezzo secolo non è probabilmente un bel segnale.

Visto al Teatro Nuovo di Spoleto, nell'ambito del Festival dei Due Mondi 2012

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Lulu
di Frank Wedekind
regia, ideazione, scene, luci: Robert Wilson
musiche e canzoni: Lou Reed
costumi: Jacques Reynaud
con: Angela Winkler, Anke Engelsmann, Georgios Tsivanoglou, Ulrich Brandhoff, Alexander Lang, Markus Gertken, Marko Schmidt, Alexander Ebeert, Boris Jacoby, Jörg Thieme, Sabin Tambrea, Ruth Glöss


(Renato Palazzi)

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