Al Napoli teatro festival Italia, la pièce dell’autore britannico rivela, malgrado l’impegno encomiabile di Melania Giglio ed Elisabetta Pozzi, un impianto irrimediabilmente datato
Napoli , 2012-06-18 06:09:00
Non è difficile capire quali motivi di richiamo abbiano indotto il regista Daniele Salvo ad affrontare Summer, il testo di Edward Bond presentato al Napoli Teatro Festival: c'è il fascino di un rapporto contrastato fra due forti figure femminili, c'è l’invisibile presenza della morte imminente che incombe su una di loro, c’è l’ingombrante passato dell'altra, oppressa da fantasmi famigliari che la agitano ancora, e il futuro simbolicamente rappresentato dal legame fra i rispettivi figli: il tutto sullo sfondo dell'ex-Jugoslavia al tempo della Seconda Guerra Mondiale e della vittoria dei seguaci di Tito, con conseguenti ritorsioni e vendette di classe.
Rampolla dei signorotti di un paese sul mare, Xenia ritorna ogni anno in vacanza nella casa della sua infanzia, dove ha visto il padre portato via da quegli stessi partigiani che aveva forse appoggiato di nascosto, in un ambiguo tentativo di stare sia dall'una che dall'altra parte: ora lì ci abita Marta, la domestica che loro avevano salvato dalla fucilazione, e che con fredda determinazione ne ha decretato la condanna con la sua testimonianza in tribunale. La donna, assistita dal figlio medico, è minata da un cancro allo stadio terminale, ma ciò non impedisce alle due di abbandonarsi agli antichi rancori. Sulla scena, a un certo punto, appare anche un ex-soldato nazista che rievoca gli eventi dalla propria prospettiva.
In una vicenda in cui davvero sembra esserci un po' tutto e il contrario di tutto, questo anziano tedesco che dice “sig-norina” e giustifica i crimini del suo popolo vantandone il merito culturale di aver dato i natali a Beethoven e di avere fatto tanto per l'arte risulta francamente un po' eccessivo, quasi al limite di un'involontaria parodia. E d'altronde la mancanza di misura, l'accumulo, la sovrabbondanza di temi e di effetti, il molto, il troppo sono in senso generale il limite evidente di un'opera che si avvicina solo in parte a un'idea di teatro politico, ma in cui alla fine prevale una costruzione da drammone vecchio stampo.
Nel complesso, va detto che Summer dà l’impressione di una costruzione un po' datata anche perché il testo è di nobilissima ispirazione ma oggettivamente vecchiotto, visto che risale – se non sbaglio - al 1982, e trent'anni per una pièce teatrale sono tanti, anzi forse sono la distanza temporale peggiore che si possa dare: un periodo non abbastanza lungo da farne un classico, depositato nell'immaginario collettivo e dunque tale da prestarsi a nuove chiavi di lettura e di revisione critica, e non abbastanza breve da mantenerne l'argomento ancora attuale. Ne viene fuori l'attualità dell'altro ieri, quella con cui è più complicato fare i conti.
Summer, di fatto è inevitabilmente vecchiotto nei contenuti, giacché si riferisce a situazioni storiche che in questi trent'anni sono state abbondantemente scavalcate - specie in quell’area - dall’insorgere di altri orrori, di altre violenze, di altri atroci, sanguinosi conflitti, perdendo una buona parte del loro valore emblematico. Ma è vecchiotto anche nell'architettura drammaturgica, nel linguaggio, nel tipo stesso di messinscena che richiede, ancora improntata a una concezione dello spettacolo molto più rigida e formale di quanto certo non usi oggi.
L'allestimento di Salvo cerca giustamente di scontornare la materia, di attribuirle una valenza onirica, vagamente metafisica, proiettandola in un impianto scenografico dai colori mutevoli e dalle molte metaforiche porte, uno spazio mentale più che un luogo fisico. Anche la recitazione assume intonazioni visionarie, ora esasperatamente didascaliche – come nella scena del figlio medico che si porta in proscenio illustrando nei più feroci dettagli clinici la malattia di sua madre – ora febbrilmente introspettive, comunque mai realistiche. Il suo sforzo è però destinato a soccombere di fronte alla stentorea esuberanza della scrittura.
Nelle quasi tre ore di durata è apprezzabile l'intensa prova delle due protagoniste, che si concedono anche il piccolo vezzo interpretativo per cui la più matura incarna il personaggio più giovane, e viceversa. Elisabetta Pozzi dà quindi inquieta voce agli isterismi, alle recriminazioni di Xenia, mentre la brava Melania Giglio imprime una lontananza cadaverica alla sua cerea ma loquacissima Marta: e se la prima può rifugiarsi in una certa fatua ottusità borghese, a lei tocca la parte più ingrata, che è quella di sostenere l’incrollabile sentenziosità della vecchia, rendendo credibili riflessioni del tipo “senza la vita non ci sarebbe la morte, e senza morte non c’è vita, né bellezza, né amore, né felicità”.
I due giovani, Selene Gandini ed Elio D'Alessandro, fanno il loro, e non hanno colpa se Bond attribuisce a questi soavi simboli di riconciliazione sociale una certa tendenza al bamboleggiamento. Quanto a Luca Lazzareschi, l'avevamo appena ammirato nei panni di Aleksandr Herzen, figura centrale della trilogia The coast of utopia di Tom Stoppard, e c'è da ringraziare il cielo che là non facesse il russo come qui fa il tedesco.
Visto al Teatro San Ferdiando di Napoli, nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia 2012
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Summer
di Edward Bond
traduzione: Salvatore Cabras e Maggie Rose
regia: Daniele Salvo
scene e costumi: Gianluca Sbicca
musiche: Daniele D'Angelo
luci: Giuseppe Filipponio
con: Elisabetta Pozzi, Melania Giglio, Luca Lazzareschi, Selene Gandini, Elio D'Alessandro
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