Nel cortile del Museo del Bargello di Firenze rivive, malgrado la non facile teatralizzazione, il capitolo centrale della Recherche proustiana. Abilissimi Sandro Lombardi, Iaia Forte ed Elena Ghiaurov. Regia di Federico Tiezzi
Firenze , 2012-05-31 04:24:00
Divini mondani e divini proustiani, nel cortile del Bargello, a Firenze, mentre a tramonto avvenuto stridono i pipistrelli e si accendono le luci sulla scena di Un amore di Swann, che il regista Federico Tiezzi e l'attore Sandro Lombardi hanno elaborato dall'immensa Recherche di Proust: semplicissimo il set: qualche poltroncina rossa, variamente dislocata, tre pedane che formano una croce, da cui entrano ed escono i tre interpreti: Lombardi come Swann, Elena Ghiaurov Odette de Crécy, Iaia Forte nelle vesti di Madame Verdurin. I tre recitano talvolta in prima persona, talaltra si raccontano in terza, sostituendo quel Marcel che nel testo, onnipresente, analizza le distorsioni, gli equivoci, gli inganni, le dolcezze, poche, dell'amore, prima di caderne preda lui stesso; altre volte ancora escono dal ruolo e commentano i personaggi, il testo, citano il saggio di Beckett, per rientrare poi nelle relative maschere.
Tiezzi e Lombardi si sono basati sulla parte centrale delle tre che compongono Du cotè de chez Swann, che costituisce una sorta di romanzo nel romanzo, une mise en abyme prefigurativa di quello che avverrà nel V volume della Recherche, La prisonnière; come, del resto, Charles Swann è, in qualche modo, una specularità figurale del protagonista io-narrante. Non sono del tutto convinto di quello che afferma Lombardi, e cioè della teatralità di Proust; anzi penso l'opposto, per la sinuosa avvolgente sua ipotassi. Ma che importa! Ronconi ha dimostrato che tutto si può teatralizzare, se è riuscito persino col romanzo di Henri James, Ciò che sapeva Maisie.
Quel che conta qui è l'intelligente resa drammaturgica di quel che vediamo e ascoltiamo, in duplice recezione, sia da parte di chi del testo conosca ogni piega, sia di chi ne abbia solo qualche vaga cognizione. Per i "divini" proustiani, allora, non nascondo un filo di noia, all'inizio dello spettacolo, nella necessaria presentazione dei tre personaggi, nell'obbligo epidittico di una loro collocazione: la raffinatezza del mitologico e misterioso Swann, l'occhiuta coccotteria di Odette e lo stupido snobismo di Madame Verdurin e del suo clan. È come se i personaggi stentassero a uscire dalla loro strenua narratività, a prender corpo in una dimensione-finzione teatrale, mentre sulle pietre del Bargello scorrono immagini-simbolo: rose, o meglio orchidee Cattleya, a ricordare quel sintagma faire-cattleya, idioletto di un linguaggio amoroso destinato, come ogni sentimento, a svuotarsi; eppoi le fiamme, della passione o della gelosia; e infine emblemi finanziari che possono alludere sia al connotato economico di quella classe sociale, sia ai futuri guai che la metteranno in crisi, guerre e crolli di borsa con possibili riferimenti all'attualità. Bah, ho preferito di gran lunga le raffinate citazioni musicali.
In ogni caso, l'abile sapienza della collaudata coppia Lombardi-Tiezzi, riesce ben presto a piegare il testo all'esigenza teatrale, a estrarne l'implosione di trivialità e impudicizia, sotto le moine del bon ton, dello snobismo efferato e delle elucubrazioni intellettuali dell'invischiato protagonista. E questo lo ottengono emblematizzando i personaggi, che, come ho accennato, escono dal ruolo per discettare e analizzare in modo speculare i comportamenti, le finzioni di chi rappresentano, ma soprattutto caricando in modularità grottesche la loro intima essenza; così Madame Verdurin diventa un volatile rapace e i suoi discorsi, gorgheggi e strida d'uccello, e Odette rivela ben presto la sua volgarità ferina, mentre a Swann, l'affabile, colto, evasivo personaggio personificato di un rituale a cui non può sfuggire, come l'autore, non resta che tornare a Vermeer. Lombardi è perfetto, magico come intellettuale e amante raté, Iaia Forte è una convincentissima Madame Verdurin e Elena Ghiaurov, bellissima, si costruisce un ruolo che è meno Odette de Crécy quanto più ricorda femmes fatales di tanto cinema e tanto teatro d'antan.
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