Macbeth, è tutto in equilibrio sopra la follia

L’allestimento di Andrea De Rosa, grazie anche alla nuova traduzione di Nadia Fusini, si interroga sul limite oscuro che ognuno porta in sé. Bravo Battiston, meno a suo agio la Loliée

Frédérique Loliée e Giuseppe Battiston. Foto Bepi Caroli

Torino , 2012-05-30 12:07:00

Il Macbeth che Andrea De Rosa ha allestito per lo Stabile di Torino ha solo parzialmente a che fare con l'assassinio del re, con l'usurpazione del potere, con le stragi degli oppositori e dei loro discendenti: il vero tema dello spettacolo, lucidamente evidenziato dalla bellissima traduzione di Nadia Fusini, è quello della conoscenza di sé, del male che ciascuno porta in sé, della ricerca dell'oscuro limite fra ciò che si desidera, ciò che non si sapeva di desiderare, ciò che si scopre di desiderare ma non si vorrebbe condurre alle estreme conseguenze: “hai più paura di farlo che desiderio che non venga fatto”, dice a un certo punto lady Macbeth al marito, in una battuta fondamentale che rivela le intime contraddizioni in cui scava l'adattamento di De Rosa.

Tutto ciò non appartiene solo al medioevo scozzese tratteggiato da Shakespeare: il problema dell'individuo che si misura con le zone buie della propria coscienza trascende ogni collocazione spaziale e temporale, riguarda l'uomo rinascimentale tanto quanto i fatti di cronaca dei nostri giorni. Per questo il regista ambienta la vicenda in un odierno salotto borghese, dove i protagonisti siedono in vestaglia e pigiama, con la corona in testa, su un modernissimo divano. Non credo ci sia in questa scelta una connotazione sociale, ma soltanto l'indicazione che la nostra vita, per quanto racchiusa in contesti asettici, all'apparenza rassicuranti, è sempre a un passo dal misfatto, dall'orrore e dalla colpa.

In una simile chiave di lettura, è ovvio che anche il soprannaturale si manifesti sotto spoglie innocue, fintamente inoffensive e perciò doppiamente sinistre: le tre streghe sono infatti dei bambolotti di plastica, dagli eleganti vestitini neri, appoggiati e come dimenticati per caso sul divano, che con vocette infantili salutano Macbeth e gli preannunciano l'imminente ascesa al trono. Lui si diverte a interrogarli ridacchiando ottusamente, e anche Banquo vuole partecipare allo svago, vuole sapere da loro il suo futuro, e loro rispondono in tono soavemente meccanico. Ora, tutto si potrà dire, ma questa idea delle streghe come passatempo mondano, come gioco di società mi è parsa veramente folgorante.

I bambolotti resteranno il leitmotiv dell'intero spettacolo: adagiati in tre lettini, diventeranno dei mostruosi neonati, diventeranno i bambini che Macbeth e la sua compagna di delitti non hanno mai avuto, si trasformeranno nei figlioletti delle loro vittime, ferocemente sterminati, e in un terrificante crescendo chiameranno a sostegno degli agghiaccianti “fratellini”: le profezie successive sono infatti pronunciate con vocine sempre più stridule e malvagie da orribili feti deformi e sanguinolenti partoriti da lady Macbeth in un clima che rimanda alle tipologie dei film horror, al Cronenberg di The Brood, a  Rosemary's baby. Anche l'ultima battaglia di Macbeth sarà combattuta a colpi di spada contro dei feti che pendono trucemente dal soffitto.

Questo motivo delle streghe che nascono dalle viscere stesse dei protagonisti di per sé non è nuovo: basti ricordare il lancinante Macbetto di Testori, in cui la “stria” veniva defecata dal futuro usurpatore dopo avere preso un potente purgante. Ma qui, nel livido risalto di quei gelidi reperti cinematografici, esso assume un'impressionante valenza autonoma, sposta tutta la vicenda verso l'incubo, verso una tormentata discesa nella psiche dove ognuno dei personaggi – non solo i due villains – si batte contro qualche suo fantasma interiore. In questo quadro, acquistano una macabra rilevanza anche certe atroci gag, come quella della lady che, armata di secchio, scivola nel sangue del re appena ucciso.

Della messinscena di De Rosa mi è piaciuta una certa recitazione disarticolata, dai toni impersonali, volutamente ripetitivi, dove tutti si chiedono ossessivamente chi davvero sono nel profondo dell'anima, e non sembrano trovare la risposta: Malcolm, il legittimo erede al trono, usa persino le parole di Amleto per dare corpo ai propri dubbi. Mi è piaciuta la coerenza del progetto, il modo in cui il regista ha usato ogni elemento visivo e sonoro per sviluppare un proprio forte approccio interpretativo alla trama shakespeariana. Mi ha convinto meno un certo compiacimento della truculenza, una certa euforia dell'immagine fastidiosa, che funziona, ma a volte risulta forse un po' convenzionale.

Mi è piaciuto molto Giuseppe Battiston col suo Macbeth senza il phisique di rôle, sempre lievemente stralunato anche nei più cupi accessi di efferatezza, sempre un po' estraneo - come in sogno - a ciò che sta facendo: l'ho trovato bravissimo soprattutto nel mantenere la recitazione rigorosamente asciutta, quasi sottotono, anche là dove il personaggio inclina a un vago trombonismo, come nel celebre monologo finale. È inquietante specialmente in certi gesti trasversali, quando copre di baci il bambolotto-figlio di Banquo, che subito dopo ordinerà di ammazzare, o quando proteso in avanti, chino sulle ginocchia semi-flesse, fissa in silenzio, con un' attonita perplessità, la moglie morta.

Non mi è piaciuta altrettanto la lady Macbeth di Frédérique Loliée, che pur essendo un'attrice di talento mi è parsa in questo caso non a suo agio, fuori parte.

Visto al Teatro Carignano di Torino. In replica fino al 3 giuno 2012


(Renato Palazzi)

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