Lotta di negro. L’Africa sotto casa

L’intelligente soluzione scenica adottata da Renzo Martinelli decontestualizza efficacemente il dramma di Koltès. Bravi gli attori, a partire da Rosario Lisma e Valentina Picello

Gli interpreti di Lotta di negro e cani. Foto di Lorenza Daverio

Milano , 2012-02-20 11:36:00

Lotta di negro e cani, uno dei testi più noti e rappresentati di Bernard-Marie Koltès, si svolge in un cantiere francese in Africa, dove un lavoratore locale è stato barbaramente ucciso per futili motivi: un altro nero, che si dichiara “suo fratello”, si presenta a reclamare la restituzione del cadavere. Non vuole vendetta, non sembra intenzionato a fare la guerra. Pretende soltanto che il corpo venga reso alla famiglia, perché possa essere  sottoposto ai riti funebri previsti dalle usanze. Lui non se ne andrà finché non avrà ottenuto quel corpo senza vita. Ma il corpo non c'è più, non si trova, è stato buttato in uno scarico e portato via dalle correnti.

Questo stallo, questa situazione di immobile attesa innesca nella vicenda un crescendo di tensione, che via via si caricherà di una progressiva corrente di ferocia. È una ferocia fisica, che culminerà nell'esplosione di violenza che segnerà quasi fatalmente il sanguinoso finale: ma è soprattutto una ferocia interiore, che contrappone sempre più fortemente fra loro i quattro personaggi, ciascuno dei quali è portatore di un diverso atteggiamento nei riguardi dell'Africa – dell'estraneità, della lontananza, della differenza etnica e culturale di cui l'Africa è emblema - con tutte le implicazioni che un confronto così viscerale comporta.

Da un lato c'è il pacato ma irremovibile Alboury, l'abitante di quelle terre, che è il depositario delle radici ataviche, della fedeltà agli antichi culti tribali. Dall'altro c'è Cal, l'uomo che ha ucciso il dipendente per un atto gratuito di intolleranza, per disprezzo, per cieco razzismo. Fra i due si pone Horn, il direttore  del cantiere, all'apparenza più umano e raziocinante, più aperto al  mondo che lo circonda, ma alla fine cinico e disincantato quanto l'altro. Infine c'è Léone, la donna venuta da Parigi per sposare Horn, fragile, piena di buoni sentimenti, così ansiosa di annullare ogni distanza da darsi ad Alboury, per poi sfregiarsi con dei cocci di bottiglia.

È la miscela di queste posizioni diverse, più che lo scontro fra i singoli individui, ad alimentare il dramma, sostenendo il febbrile tessuto simbolico della vicenda. E infatti quest'ultima si frammenta in una serie di contrasti a due, di serrati scambi verbali fra coppie di personaggi che di volta in volta si formano, si cercano o si respingono, mentre gli altri scompaiono nell'ombra della propria solitudine. Alla fine, il cadavere scomparso diventa poco più di un pretesto, l'espressione di qualcosa che una parte del mondo ha tolta a un'altra, e che non verrà mai più restituita, o semplicemente di un'impossibilità  di comunicare, di capirsi.

Martinelli ha avuto una geniale idea scenografica: ha ricreato il cantiere nel ventre del teatro, in quello che di solito è lo spazio della platea, con tubi Innocenti e luci di servizio tutt'intorno, come in un cantiere vero. Il pubblico segue l'azione dall'alto, seduto ai lati, quasi scrutasse al proprio interno. Con questo effetto, insieme iper-realistico e metaforico, il regista decontestualizza per certi versi l'ambientazione, prosciugandola di molte delle sue risonanze esotiche, degli echi e dei sentori della foresta circostante. L'Africa di Koltès - dura, crudele - non è il notturno lascito di un passato coloniale, esiste intorno a noi, è nelle nostre città, nei nostri cuori.

Lo spettacolo si avvale dell'ottima prova dei quattro interpreti, in particolare di Rosario Lisma, un Cal nevrastenico, meschino, volgare, persino ripugnante nel suo odio razziale, e della  bravissima Valentina Picello, una Léone dall'acuta sensibilità, vibrante, tenera, appassionata. Li affiancano efficacemente  Alberto Astorri nel ruolo di Horn e Alfie Nze in quello - meno incisivamente definito - di Alboury. L'eccessiva interiorizzazione rischia però, a lungo andare, di rendere il tutto un po' troppo uniforme, togliendo pathos a un testo il cui linguaggio, d'altronde, dopo più di trent'anni comincia forse a risultare lievemente datato.

Visto al Teatro i di Milano. Repliche fino al 2 marzo 2012

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Lotta di negro e cani
di Bernard-Marie Koltès
traduzione: Valerio Magrelli
regia: Renzo Martinelli
con: Alberto Astorri, Rosario Lisma, Alfie Nze, Valentina Picello


(Renato Palazzi)

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