Non si uccidono così anche i cavalli?

Al Teatro Due di Parma l’allestimento firmato Gigi Dall’Aglio e Manuela Lucenti del celebre testo di Horace McCoy, portato al successo cinematografico da Sydney Pollack

Parma , 2012-01-25 02:20:00

Ritrovare la nebbiolina a Parma, è una delle poche certezza che si possono avere da una città profondamente scossa da scandali recenti e pessime gestioni politiche. Una città che sembra aver smarrito la propria identità, di nuovo faticosamente inseguita da “indignati” di varie generazioni, che hanno letteralmente cacciato il sindaco ritrovando una parte della antica dignità e d’orgoglio.

L'altra certezza, a Parma, era il teatro. Non solo il Regio, tempio della lirica verdiana, su cui oggi sventola un cartellone in cui campeggia la scritta "il Regio è di tutti", segno di tensioni non solo interne. Ma la città era, ed è, anche la sede del Lenz, da sempre laboratorio di ricerca estrema; delle Briciole, a lungo motore del miglior teatro ragazzi in Italia, e della Fondazione Teatro Due: che, nella bella sede sul lungofiume, ha scritto una non piccola pagina della storia del teatro italiano. Prima la militante e innovativa Compagnia del Collettivo, poi il Festival Internazionale (del compianto Giorgio Gennari) e poi ancora spettacoli, produzioni, idee, progetti, liti, scontri: passioni e produzioni, insomma. E sono state tante, le produzioni importanti del Teatro Due. Dall'Amleto nello spazio sontuoso dello storico Farnese, allo struggente L'Istruttoria - per citarne solo due - alcuni spettacoli hanno lasciato il segno.

Ed è bello ritrovare, anche nel nuovo lavoro, tanti volti noti dell'allora Collettivo, accanto a giovani più o meno conosciuti e apprezzati. Qui c'è, rilevante, l'innesto della compagnia Balletto Civile, diretta da Michela Lucenti, in scena oltre che autrice delle coreografie dello spettacolo. Si tratta, infatti, di un lavoro molto danzato: la versione teatrale di Non si uccidono così anche i cavalli?, che Gigi Dall'Aglio, con la collaborazione alla drammaturgia di Giorgio Mariuzzo, ha tratto dal romanzo di Horace McCoy - la stessa fonte cui attinse, nel 1970 Sydney Pollack per farne un bellissimo film.

La vicenda è nota a molti: una gara di ballo radicale, implacabile fino allo sfinimento, nell'America degli anni Trenta, tra la grande crisi e la Seconda Guerra Mondiale. Le tante storie delle coppie in gara, le miserie e l'arrivismo, i sogni e i fallimenti, le musiche e gli amori: tutto entra in questo rutilante spaccato di una umanità fragile, devastata, depressa, pronta a tutto pur di emergere, o solo sopravvivere.

Lavoro impegnativo, dunque, anche a rischio di (ingiusto) confronto con un film che ha fatto storia: basti pensare che quel titolo è diventato espressione d'uso comune, colloquiale. Va detto che lo spettacolo nel complesso regge: le belle coreografie – oltre trenta le persone in scena –, le canzoni, la musica dal vivo sono elementi forti, a tratti emozionanti. Manca, se vogliamo, quella ferocia e quel cinismo, rappresentati drasticamente dalla vicenda, che in scena arrivano attenuati anche per alcune interpretazioni – almeno nella replica cui abbiamo assistito – poco efficaci o addirittura manierate.

Ma quel che interessa sottolineare, semmai, è un aspetto altro, più articolato. A vedere entrare quei personaggi, con le loro valigie, l’aria dismessa, pronti a farsi pesare e schedare per iscriversi alla gara, torna in mente proprio quell’Istruttoria di Weiss, che Dall’Aglio e i suoi attori replicano da anni. Là si parlava, tragicamente, delle deportazioni, del processo di Norimberga, della violenta e assurda fine di milioni di persone. Qua, invece, siamo di fronte a una “contemporaneità” – seppur filtrata al passato, nei primi decenni del secolo scorso – ma già (ossia ancora) dentro il lager della sopravvivenza, attraverso il divertimento.

Lo “spettacolo”, nella vecchia concezione debordiana, è ciò che stritola e corrompe: verrebbe da pensare ai tanti xfactor grandifratelli isolefamose, alle eliminazioni dirette e al televoto da casa. Ma non è tanto in questo, nell’evocare i reality italiani nell’era della crisi, che risiede la sornione denuncia della proposta del TeatroDue. Potremmo leggerci, mi sembra, anche una grande metafora del teatro italiano del nostro tempo: laddove (come diceva un artista intellettuale come Roberto Latini) la gara per il penultimo posto è molto più aspra di quella per il primo. Eccola, dunque, la scena italiana: costretta ad arrangiarsi, fino allo sfinimento, alle regole e alle frustate di imbonitori e approfittatori. Allora quei cavalli ormai sfiancati, costretti a sorridere e a sgambettare, sono (siamo?) i tanti che ogni giorno portano avanti la battaglia (persa?) per la cultura, l’arte, il teatro in Italia.

Visto al Teatro Due di Parma. In scena fino al 5 febbraio 2012

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Non si uccidono così anche i cavalli?

traduzione e adattamento Giorgio Mariuzzo
regia Gigi Dall’Aglio
con Roberto Abbati, Alessandro Averone, Maurizio Camilli, Andrea Capaldi, Cristina Cattellani, Ambra Chiarello, Laura Cleri, Andrea Coppone, Paola De Crescenzo, Massimiliano Frascà, Francesco Gabrielli, Luchino Giordana, Francesca Lombardo, Michela Lucenti, Luca Nucera, Massimiliano Sbarsi, Emanuela Serra, Giulia Spattini, Chiara Taviani, Nanni Tormen, Marcello Vazzoler, Chantal Viola
adattamento musicale / pianoforte Gianluca Pezzino
clarinetto / sax Paolo Panigari
contrabbasso Francesca Li Causi
batteria Gabriele Anversa
voce Carlo Massari
direzione allestimento Mario Fontanini
costumi Marzia Paparini
fonica Andrea Romanini
direzione di scena Chantal Viola
luci Luca Bronzo


(Andrea Porcheddu)
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