La rilettura scespiriana di Sandro Mabellini e Davide Carnevali, tutta incentrata sulla figura dell’ex presidente del Consiglio, è scaduta come un cibo avariato in poche settimane
Milano , 2012-01-12 06:31:00
Per la stima che porto a Sandro Mabellini, un giovane regista di cui ho visto alcuni spettacoli molto interessanti, avrei preferito astenermi dal commentare questa Dodicesima notte, che considero un vero e proprio incidente di percorso: la messinscena del testo scespiriano è complessivamente pasticciata, sbilenca, con un improbabile adattamento drammaturgico di Davide Carnevali, un autore italiano che vive tra Berlino e Barcellona, e una recitazione tanto volutamente informale da risultare del tutto inadeguata. Ma la proposta offre spunti di riflessione a mio avviso così chiari, così emblematici che non si può tranquillamente metterli da parte.
Diciamo, in somma sintesi, che nella sgangherata operazione di attualizzazione tentata da Carnevali – in cui tutti hanno “i coglioni girati” e i personaggi sono etichettati soltanto come “scopabili” e “non scopabili” - una delle figure centrali, il duca Orsino, detentore del potere politico e protagonista di intricate tresche amorose, è esplicitamente identificato con Berlusconi. Quando lo spettacolo ha debuttato, quest'estate al festival “I quartieri dell'arte” di Viterbo, sentir parlare di escort e di leggi ad personam poteva essere più o meno divertente, ma aveva un senso: ora tutta la costruzione non ha più ragion d'essere, è svuotata in partenza.
Questo, in effetti, è davvero un caso insolito: sono bastati un paio di mesi, e una produzione comunque discutibile, ma pensata, studiata, scritta ad hoc improvvisamente non è più presentabile, è scaduta come un cibo avariato. Per somma sfiga degli ideatori, inoltre, non è che il celebrato bunga-bunga del Berlusca abbia ceduto il posto alle imprese di qualcuno magari meno clamorosamente arzillo sul piano erotico, ma ugualmente sensibile ai richiami mediatici della carne: con gente come Monti e la Fornero e la Cancellieri, che in questo senso sono davvero al di là di ogni tentazione, cosa mai ci potrebbe fare il povero Mabellini?
Siamo, per molti versi, all'estremo opposto: ed è anzi impressionante constatare come tutto, in così breve tempo, sia cambiato. È ovvio che il regista non intendeva fare una rilettura shakespeariana ad personam, ma puntava a trasformare questa vicenda di travestimenti e di incerte identità sessuali, in cui tutti concupiscono tutti, in cui tutti pagano tutti per avere qualcosa, nel ritratto raggelato di un modo di vivere, di un intero Paese: il problema è che ora quell'immagine non rispecchia più nulla, non rispecchia più i valori di una società che in un batter d'occhio si è trovata alle prese con altri problemi, con altre angosce.
Ma sarebbe inutile e fuorviante, teatralmente parlando, prendersela con la Storia: il fatto è che queste riscritture così legate all'attualità, all'immediatezza della satira e della polemica politica, non si dovrebbero semplicemente fare, perché non ottengono i risultati sperati. Lo avessi detto mesi fa, sarei passato per filo-berlusconiano, ma adesso il dato mi sembra oggettivo: l'urgenza del quotidiano appartiene al cabaret, che vive sera per sera, mentre il teatro - se non si è Majakovskij, o il Dario Fo dei primi anni Settanta - i temi caldi deve trasformarli in metafore più ampie, capaci di prescindere dalle suggestioni del momento.
A riprova di quanto affermo, vorrei ricordare che in una disavventura analoga, nella scorsa stagione, era incorso almeno in parte anche Paolo Rossi, che in Povera gente si era proposto di trasporre la trama ottocentesca del Nost Milan di Bertolazzi nella Milano dell'Expo e delle speculazioni edilizie, la Milano di oggi, amministrata dalla Moratti e dalla giunta del centrodestra, nelle sue intenzioni: poi è successo però quel che è successo, che nel frattempo il quadro politico locale è radicalmente mutato, è arrivato Pisapia, e così il progetto drammaturgico ha dovuto essere riassestato in fretta e furia, con esiti per niente convincenti.
Non sono casi occasionali, ma esemplari dimostrazioni di come la realtà nuda e cruda, la realtà con nomi e cognomi, non appartenga al teatro. “La realtà è sopravvalutata” dice, con un ingegnoso paradosso, Rafael Spregelburd. Il che non significa che quanto accade intorno a noi vada ignorato: va trasfigurato, va reinventato in modo che acquisti un'autonoma valenza, destinata a durare più di qualche settimana. In fondo, a voler fare un discorso serio, uno dei compiti del teatro è proprio questo, sottrarre l'attimo al trascorrere del tempo, attribuirgli risonanze universali. Da tutto ciò, a ogni buon conto, si ricava di sicuro una piccola morale: i Berlusconi passano, gli spettacoli restano. Nel bene e nel male.
Visto allo Spazio Tertulliano di Milano. In scena fino al 22 gennaio 2012
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La dodicesima notte
(o Come voi volete che sia una commedia)
Di William Shakespeare
Versione di Davide Carnevali
Uno spettacolo di Sandro Mabellini
Con Umberto Petranca, Chiara Verzola, Alessandra Mattei, Caroline Pagani, Fabrizio Martorelli/Walter Cerrotta, Giulia Zeetti, Mirko Ciotta, Giuseppe Barbaro
Arrangiamenti ed esecuzioni musicali dal vivo Signori G
Assistente alla regia Marianna Caruso
Organizzazione Lisa Momenté
Grafica Marianna Caruso e Giulia Zeetti
Co-produzione Festival Quartieri dell’Arte/Nutrimenti Terrestri
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