Andromaca a Siracusa

Per il ciclo di spettacoli classici organizzato dall'Inda nel teatro greco di Siracusa, la tragedia di Euripide è diretta da Luca De Fusco, sulla traduzione di Davide Susanetti. Da festa popolare il clima sugli spalti, benché il cast - Laura Marinoni, Mariano Rigillo, Gaia Aprea fra i più positivi - mantenga alto il livello della recitazione e la regia privilegi il plot all'astrazione

Siracusa , 2011-06-04 05:55:00

C'è un clima da festa popolare, con famiglie sorridenti, scolaresche emozionate, spettatori appassionati. Sugli spalti del teatro greco di Siracusa, ogni anno, si celebra qualcosa che va oltre il semplice fatto spettacolare: un piccolo-grande rito collettivo che ogni giorno spinge migliaia di spettatori ad assistere con partecipazione empatica alle tragedie. Verrebbe da pensare che, indipendentemente dalla qualità, dalla "ricerca", dalla novità, gli spettacoli svolgano una funzione che non è certo più "catartica" - sarebbe impossibile in questi tempi cinici - ma sicuramente immediata, comunicativa, gioiosamente condivisa. La tragedia greca è vissuta, seguita, percepita, con lo stesso slancio e con le stesse reazioni con cui - perché no? - il pubblico reagiva alla sceneggiata napoletana. Empatia forte, dunque, viscerale, solidale: con commenti e risate, con qualche lacrima o sdegnata riprovazione si seguono le gesta degli eroi e dei "malamente". Tanto più se, come nell'edizione 2011 del ciclo di teatro classico, la tragedia si stempera nel dramma, o addirittura nel melodramma di natura borghese. È il caso di Andromaca, tragedia euripidea che mette in gioco non solo relazioni personali, ma anche squallore del potere, maschilismo bieco, abusi privati e pubblici.

Ma è opera davvero sfuggente: tempo fa, Andrea Cosentino ne aveva fatto, complice Massimiliano Civica, una versione monologata, semidialetteale e pettegola. Sembra quasi, infatti, che Andromaca sia una protonovela, un insieme di situazioni che si spingono al climax drammatico salvo poi trovare immediata soluzione grazie a un intervento esterno, che sposta il pathos ad una situazione successiva. La vicenda si apre con Andromaca, ridotta in schiavitù da Neottolemo, da cui ha anche avuto un figlio, che cerca rifugio nel tempio di Teti per sottrarsi alle angherie di Ermione, figlia di Menelao, e nuova moglie del suo padrone. Ermione si teme sterile e accusa Andromaca di aver fatto sortilegi contro di lei. Insomma, un dramma della gelosia in un interno, con lui, l'uomo, assente per tutta la durata della tragedia. Tocca ad altri uomini sbrigare la faccenda: Menelao, il "malamente", imprigiona addirittura il figlio di Andromaca per costringerla alla resa, ma sarà il vecchio Peleo, padre di Achille e dunque nonno di Neottolemo, a risolvere, con la propria autorevolezza, la situazione.

Euripide, si sa, gioca spesso in contropiede: destruttura, smonta, ironizza, mette in parodia la tragedia con tagliente acume. Qui spinge ulteriormente sull'acceleratore del disincanto, portando in scena una sequela di nevrosi - diremmo oggi - al limite del grottesco. Lo spettacolo visto a Siracusa, che si avvale della regia di Luca De Fusco, e delle scene di un Maurizio Balò non al suo meglio, pare volgere a dinamiche narrative di grande consapevolezza, sottraendo astrazione a favore del plot, della trama. Anche grazie alla incisiva traduzione di Davide Susanetti, concreta e scabra, il testo arriva nella sua immediatezza, addirittura nella sua nuda oscenità.

Andromaca, una brava Laura Marinoni (forse lasciata un po' sola a se stessa) è donna saggia, forte, cosciente. Di fronte a lei, Ermione è una nevrotica ossessiva, che nella stridente interpretazione di Roberta Caronia trova spunti di desolante quotidianità. E se Paolo Serra fa di Menelao una sapida versione di Mario Merola, è Mariano Rigillo a dettare tempi dilatati e rispettabilità antica al suo Peleo, guadagnando i favori del pubblico. Su tutto domina la Teti oscura e futuribile di Gaia Aprea, che spinge invece verso un lirismo, anche canoro, il piano narrativo. Ma la regia sembra accontentarsi: così il coro ha approssimative movenze cambellottiane su canzonette troppo da musical (di Di Pofi), e un paio di soluzioni facili rischiano di semplificare, come nell'affannato incontro tra Ermione e l'Oreste troppo standard di Giacinto Palmarini. Sul finale, un manto-mare di Teti vorrebbe ricoprire tutto e dare soluzione e ricomposizione di senso a tutti gli affanni. Un lieto fine, quasi da favola, dal sapore posticcio: il finto benessere di una apparenza che dovrebbe consolare di morti, sconfitte, solitudini, dolore desiderio d'amore e conseguente frustrazione di quella drammatica tragedia che è la vita.

Visto al Teatro Greco di Siracusa


(Andrea Porcheddu)

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