Il lavoro della Socìetas Raffaello Sanzio, visto in anteprima al festival Drodesera, inaugura un percorso legato all'icona di Gesù. Come sempre potente e visionaria, la performance presenta anche aspetti problematici non usuali per usuali per il gruppo, di solito stilisticamente impeccabile, guidato da Romeo Castellucci
Dro (Trento) , 2011-08-03 07:17:00
Quante volte la Raffaello Sanzio ha guardato in faccia Dio? Solo per citare alcuni episodi, dall'iconoclastia dell'iniziale Teatro Khmer di Santa Sophia, fino alla interrogazione costante di Uovo di bocca, passando per Genesi o per il trittico dantesco Inferno Purgatorio Paradiso, quello della compagnia di Cesena è, sembra essere, uno sguardo sfrontato ma necessario: quasi che la materia mitica per eccellenza, l'icona primaria per certa civiltà occidentale, sia un confronto imprescindibile, indiscutibile. Ora Romeo Castellucci vi torna, con un lavoro che sin dal titolo si preannuncia come un insondabile corpo a corpo con quello sguardo panottico e "pantocratico", con quel voltò là, creazione intellettuale e artistica che ha segnato e superato i secoli. E se pure la Sindone è stata sbugiardata dal carbonio 14, il Volto è ancora una presenza non aggirabile, non negabile. La mitologia cristiana permea la nostra formazione: il Belpaese che si professava laico, almeno sulla Carta, in realtà si svela sempre più fondamentalista e confessionale, tanto da farsi paladino di improbabili campagne a favore dei valori cristiani come costitutivi dell'Unione Europea.
Allora il confronto di Castellucci è proprio Sul concetto di volto nel figlio di Dio, vol.1. Il lavoro si presuppone a tappe, ovvero a "volumi", per usare una formula che piacerebbe pure a Tarantino: dopo il debutto a Essen, l'abbiamo visto al bel Festival di Dro, che ha festeggiato felicemente i suoi trent'anni, in attesa di un approdo al Romaeuropa Festival, anche coproduttore assieme a un'altra dozzina di manifestazioni europee.
Ma va detto subito che il primo capitolo dà adito a non poche perplessità. Intendiamoci, a Dro una sala stipata all'inverosimile ha tributato un caloroso e convinto applauso. Però qualcosa stona nella struttura complessa dello spettacolo. Provo a descriverlo, per grandi tratti. La scena si apre su un enorme volto di Cristo, di foggia rinascimentale e, di fronte, elementi di un interno borghese: un letto matrimoniale sulla destra, un salottino, un televisore. Intanto, sul fondo, mentre rimbombano rumori di palestra e palloni da basket, tre figure cercano disperatamente di non scivolare correndo verso il Cristo. Poi dei "servi di scena" portano un uomo anziano, in vestaglietta, fino al divano: gli altri spariscono, e lui si siede e inizia a guardare la grande tv a schermo piatto. Entra il figlio di lui, vestito in giacca e cravatta. Ecco già il primo spiazzamento: sembra un dramma borghese, una vicenda minimale, che prende subito una piega amara. Il vecchio padre, infatti, non controlla il proprio sfintere. E inizia a farsi la cacca addosso. Il figlio, affettuoso e disponibile ma non devoto, lo lava lo cambia. Ma il vecchio insiste, la scena si ripete. E ancora. La situazione è proprio disagevole, inizia a essere fastidiosa. La cacca è ovunque. Il giovane uomo porta il padre sul letto. A quel punto entra dal fondo, magnetico, lo stesso Romeo Castellucci che con un tanica rovescia finta merda sul letto. Svela il gioco, lo ridicolizza. Il teatro di regia, l'autorialità, prende il sopravvento sul dramma borghese: il concetto prevale sulla finzione. Fine del primo quadro.
Dal fondo entra una bambinetta, timida nei suoi passetti, con uno zaino in spalla. Arriva al centro della scena, apre lo zaino ed estrae una bomba a mano. Toglie la spoletta e scaglia la bomba contro il grande volto del Cristo. Esplosioni amplificate all'inverosimile. Poi è un ragazzetto, seguito però da un adulto: anche il bimbo ha il suo bravo zaino e incomincia a tirare bombe, mentre il grande lo guarda. E ancora altri bambini e bambine riempiono lo spazio scenico, e gli adulti inermi li osservano. Esplosioni a non finire. Ormai la scena è invasa da spolette e bombe a mano. Escono tutti: resta il grande volto. Che sembra animarsi, come in un recente spettacolo del gruppo Pathosformel (che pure di Castellucci sono allievi): il telo si anima dal di dentro, si piega, si muove, sanguina. Cola sangue ovunque. Poi pian piano il telo viene stracciato dai tre visti all'inizio: che si arrampicano sulla struttura portante come fossero rocciatori. Resta lo scheletro, che svela una scritta illuminata: You are (not) my shepherd, con il "not" che si vede e non vede. Ossia tu sei / non sei il mio pastore. Ecco qua.
Cosa non ci ha convinto? Sfugge, dello spettacolo visto alla Centrale Fies, una struttura drammaturgica coerente e possente. Certo, l'affondo sugli escrementi come "ossimoro" naturale e umano al volto sacro e puro è significativa: il Dio cristiano è lontanissimo, asettico, insondabile, direi inumano pur nella sua incarnazione. C'è il sangue, nella Bibbia, mai le feci. Come pure è forte la narrazione della solitudine di una vecchiaia inerme e di un rapporto padre-figlio fatto di visceralità e affetto, e quindi di solitaria responsabilità di fronte al declino e alla morte. Le immagini, dunque, indubbiamente hanno una loro pregnanza, per quanto non originalissime, ma sembrano accostate ancora piuttosto per effetto che non per sostanza. La prima parte, che se ulteriormente insistita poteva pure risultare in certo modo concretamente fastidiosa, viene oltretutto smentita dal regista con quell'escamotage scenico di cui si è fatto cenno: smascherata retoricamente come un puro gioco.
E la sequenza delle bombe, al di là dei decibel fatti esplodere, risulta francamente vuota, banalmente evocativa di quotidianità ben più dure e aspre. Il messaggio, se ho capito bene, potrebbe essere duplice: da un lato le nuove generazioni che abbattono violentemente la Legge del Padre; dall'altro, invece, i padri che osservano sornioni i figli diventare bombaroli in nome di Dio. Ma il tutto risulta più ammiccante che non tagliente. Il finale, poi, così rutilante, slitta ancora in altri territori, non esenti dal rischio retorica. Insomma, se Artaud vaticinava, in Per farla finita con il giudizio di Dio, una società in cui la verticalità dell'Autorità si potesse violentemente abbattere, qui sembra che il Volto sia ancora, serenamente, al suo posto. Infine, non si può non notare, in questo primo volume, una certa approssimazione, una mancanza di quel rigore maniacale, quella perfezione stilistica, che mutava ogni visione astratta in impeccabile meccanismo scenico per ogni lavoro della compagnia. Siamo certi che i successivi volumi di questo cofanetto teatrale troveranno maggiore incisività e coerenza. Per il momento, Sul concetto di volto nel figlio di Dio suona come un titolo troppo vasto per una materia ancora tutta da plasmare.
Visto al Festival Drodesera di Dro, luglio 2010
Per commentare รจ necessario effettuare l'accesso.