Emoziona il testo della poetessa Patrizia Valduga, interpretato da un'intensa Federica Fracassi, per la regia di Valter Malosti. Una donna incline al delirio, sola e inferma, danza con le parole sul confine fra la vita e la morte, affastellando versi che sono teneri ricordi o velenose invettive contro una società dell'apparenza che ha compiuto il massimo scempio: quello della lingua
Quando entriamo nella sala, lei è già lì quasi assente, le scarpe a terra, seduta/sdraiata su di una sedia a rotelle. Di fronte a lei c'è un microfono, amplificazione del suo delirio, della sua impossibilità di fare intendere ma non di dire le parole. È una donna sull'orlo della morte o sul limitare della vita che è poi lo stesso e solo a noi che le stiamo di fronte è data la possibilità di ascoltare il flusso segreto del suo cuore e della sua mente, dove si mescolano ricordi, sentimenti, invettive, sussurri e grida di un essere che insieme ai propri flussi vitali si libera di tutto quello che gli pesa sul cuore.
Forse solo una poetessa come Patrizia Valduga poteva "mettersi in pericolo" facendo salire la poesia in palcoscenico. L'ho pensato qualche anno fa la prima volta che ho visto un suo testo in scena, una magnifica Donna di dolori con la regia di Luca Ronconi e l'interpretazione di Franca Nuti. Corsia degli incurabili è l'esatto speculare di quel testo: scritto nel 1996, l'ho visto interpretato, la prima e unica volta, da Gianfranco Varretto. Sia nel primo che nel secondo pezzo l'autrice parte da situazioni estreme, scegliendo le zone d'ombra, sostando come un' acrobata sulla corda lungo la linea sottile che divide la vita dalla morte.
Ma che vita è mai quella della donna che ansima, che gioca apparentemente assente con i suoi ricordi, che apostrofa duramente quelli che sono da sempre i suoi nemici - il direttore del Corriere delle Sera, Pippo Baudo, Leopardi (lei ama Pascoli), Carmelo Bene, e soprattutto lui, il signore di Arcore, sceso in campo ormai da qualche anno e che continua a essere il nostro presidente del Consiglio. Nulla -dice la donna seduta e con lei Patrizia Valduga - vi sarà perdonato a cominciare dallo scempio più grande, dall'assassinio più feroce: quello della parola, della lingua, sconciata dalla tv e dall'inglese rabberciato, copiato dai film. Scempio al quale si deve aggiungere la diseducazione televisiva, la vita e la cultura della spazzatura che questa specie di auto sacramental del secolo scorso ancora così contemporaneo mette ferocemente in luce grazie alla poesia civile della Valduga.
A rendere possibile questo trasmigrare di ricordi, di sensazioni che abbandonano la mente come fosse il corpo, un flusso che si contamina di citazioni, di memorie (le montagne di casa, i fiori, i colori dell'amore, il padre, Venezia città amatissima, il cielo), c'è Federica Fracassi in una prova di grande bravura che è anche una sfida e c'è il suo sudore vero, il suo ansare, la sua ricerca di traguardi sempre più complessi. Tutto questo in quell'andare e venire della luce, in quella scansione quasi asmatica dei suoni, in quella dilatazione delle parole spesso sepolte da una colonna sonora emotiva e in qualche modo costruita in contropiede, che mescola non solo Beethoven ma anche Tosti, Caruso, Wagner, Chris Watson, è accompagnato dalla sensitiva regia di Valter Malosti, come pochi affascinato dal teatro di poesia, che giunge a un risultato allo stesso tempo affascinante e spiazzante grazie al vero e proprio corpo a corpo con la straordinaria attrice. Emozionante.
Visto al Teatro i di Milano
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