Le pulle

Incentrato su un gruppo di transessuali desiderosi di cambiare sesso, il nuovo spettacolo di Emma Dante è percorso, almeno in superficie, da una insolita leggerezza. Pur riprendendo temi cari alla regista palermitana, che ne confermano l'impronta inconfondibilmente personale e la freschezza dello stile

In attesa di allestire la Carmen che aprirà, il prossimo 7 dicembre, la stagione del Teatro alla Scala, Emma Dante si misura con un'altra, singolare creazione musicale, a metà tra l'operina e un bizzarro musical: Le pulle, il nuovo spettacolo che la regista ha realizzato al Mercadante di Napoli, è infatti una strana favola ambigua e trasgressiva che viene in prevalenza cantata e ballata da lei stessa e dai suoi bravissimi attori. È una scelta di leggerezza - se leggero si può definire il suo linguaggio - che risulta un po' anomala rispetto ai percorsi cui ci aveva abituato, ma che continua ad attingere a piene mani ai temi che la Dante affronta da sempre.

La storia delle tre fate cui la notturna signora dei folletti e degli incantesimi, la regina Mab del Romeo e Giulietta scespiriano, affida le sorti di cinque pulle (puttane, nello stretto dialetto palermitano che impronta lo spettacolo), anzi di cinque prostitute transessuali, perché le liberino dalla loro ingombrante natura maschile, si discosta infatti solo all'apparenza da quella sorta di antropologia visionaria che, dai tempi di mPalermu, caratterizza il lavoro della regista: poi, di fatto, i suoi motivi ricorrenti, il Sud retrivo e intollerante, l'oppressione della famiglia, la.religiosità pagana e ancestrale, restano ben presenti sullo sfondo.

Basta infatti che le cinque esagitate figurette si confidino alle loro protettrici, e subito si delinea il solito affresco di una cultura meridionale ipocrita e repressiva, fatta di madri pronte a vendere i figli adolescenti, di padri che non accettano la "diversità" nella propria casa, di discriminazioni, di miserie quotidiane, ma anche di una distorta sacralità che si esprime nel rivolgere preghiere alla minchia, fonte di piacere e di guadagno. A tutto ciò si aggiunge poi la consueta ritualità mediterranea, evidente nei gesti del maquillage collettivo e soprattutto nella scelta di far avvenire il prodigio risolutivo al culmine di un'onirica cerimonia nuziale.

Perché in definitiva, tra marionette in carne e ossa, movenze sincopate e incongrue ninne-nanne infantili, il vero clou dell'azione è in questo stralunato miracolo della trasmutazione, in questa metamorfosi sessuale che si compie senza bisogno di ricorrere ai ferri del chirurgo: in un incalzante crescendo di torte, corbeille, veli da sposa, le pulle paiono emettere dai propri corpi delle bambole gonfiabili dotate di vistose propaggini falliche che poco dopo, svuotate d'aria, afflosciate e come ridotte a spoglie inerti, una fata danzatrice provvede volteggiando a portare via.

È un finale di forte tensione fantastica, che riscatta anche certe lungaggini, certe difficoltà di comprensione della prima parte, e riconferma la freschezza di uno stile dall'impronta inconfondibilmente personale.

Visto al Teatro Mercadante di Napoli

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