È "sicca sicca" Liboria Serrafalco detta Borina, fuori dagli schemi della bellezza siciliana per via della sua alta statura e di una magrezza sofisticata, un po' mascolina, che le rende anche difficile incontrare un uomo, neanche tanto cercato, in verità. Eppure anche a lei capita di trovare all'improvviso marito anche se non è più giovanissima, un tipo più piccolo di lei, rosso di capelli, "un cotogno" lo definisce. Pochi mesi e il marito parte per l'Australia facendo perdere le sue tracce e senza inviare neanche un quattrino alla moglie lasciata a casa. Salvo poi tornare malato e diabetico con una bel sacchetto di "saccarina" australiana con sé dopo un intermezzo durato ben trent'anni...
È la stessa Borina a raccontarcelo andando avanti e indietro nel tempo, incalzata, anzi spronata dalla strepitosa fisarmonica di Vladimir Denissenkov sempre in scena, seduto su di una sedia come un testimone tignoso e ingombrante. È anche grazie a lui che Borina può interpretare per noi, quasi come un flusso di coscienza che solo la musica riesce a interrompere, la sua storia strampalata e sarcastica, divertente e tremenda. Lo fa vestita di nero dalla testa ai piedi, compresa come non mai nel suo ruolo di vedova. Perché è proprio di una recita, di un'autorappresentazione che si tratta, che la scostante e composta signora ha preparato per noi. Una specie di delirio, di visione bipolare della propria vita dove la realtà si confonde con la fantasia, che spesso è più vera del vero.
Spinta da un'irrefrenabile coazione a ripetere, Borina, abbandonata dal marito di cui non si hanno più notizie e non si sa se sia vivo o morto, e quindi impossibilitata ad assumere l'agognato status di vedova, vive ogni settimana secondo un protocollo rigido ma di grandissimo piacere per lei. Visto che non può esserlo veramente nel suo paese, raggiunge con ogni mezzo a disposizione diversi paesi confinanti dove arriva rigorosamente in gramaglie e, adocchiata al cimitero una tomba abbandonata, la fa sua trasformandosi nella vedova inconsolabile di Alfio, Gaspare, Nando, Mariano, Peppuccio, ecc. Visitati a turno giorno dopo giorno in una mimesi di dolore fino a riempire la settimana, dove - come dice il titolo di questo monologo allo stesso tempo inquietante e ironico - è solo la domenica la giornata vuota, da passare nel paese d'origine andando a messa, visto che la tomba del marito lì non c'è. Ma possiamo essere sicuri che questo vuoto, una volta ritornato il marito, sarà colmato al più presto.
Scritto dalla catanese Silvana Grasso, più nota come romanziera, Manca solo la domenica è un monologo urticante e ironico, grottesco e visionario. A reggerlo sulle spalle c'è Licia Maglietta che il pubblico conosce non solo come attrice di teatro ma anche come interprete di film di successo (con Pane e tulipani di Soldini nel 2000 ha vinto il David di Donatello), una Borina di impressionante profondità, crudeltà, ironia. Muovendosi all'interno di una camera catacombale e oscura, le cui pareti sono armadi contenitori di pezze di stoffa di tutti i generi e per tutte le stagioni, ovviamente neri, la donna si racconta e ci racconta come un fiume in piena e si traveste in un rituale quasi genettiano, continuamente interrotto.
Bella e proterva, intrigante e ironica, Licia Maglietta aggiunge con questo Manca solo la domenica un nuovo ritratto alla sua personale galleria di personaggi femminili, segnati da un dolore nascosto, da una diversità, esempi - anche quando come in questo caso l'ironia confina talvolta con una comicità leggera -, di una difficoltà a vivere nel mondo. Da vedere.
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