La menzogna, spettacolo attesissimo di Pippo Delbono con il quale lo Stabile di Torino ha inaugurato la sua stagione, ha la sua origine emozionale, civile dal rogo della Thyssen Krupp di Torino in cui persero la vita sette operai in una tragica notte fra il 5 e il 6 dicembre 2007. Un lutto recente per la città, uno dei tanti, terribili lutti che hanno accompagnato la vita quotidiana del nostro Paese. Una lunga scia di morti bianche che dovrebbero pesare sulla coscienza di molti.
ll lucido, violento, fortissimo spettacolo di Delbono si china riverente di fronte a questi morti, per poi allargare il punto di vista a macchia d'olio prendendo a protagonista la morte: quella fisica, reale e ingiusta di chi fatica giorno e notte nel suo lavoro spesso senza alcuna sicurezza e quella civile, morale di chi vive queste morti (per fortuna sono sempre di meno) se non proprio con indifferenza, come qualcosa di connaturato a certe professioni.
E guarda anche all'individuo, alla morte dei sentimenti, della solidarietà, del cuore, a quella emarginazione costante in cui è tenuto chi viene considerato "diverso": per il colore della pelle, per diversità di cultura, di scelte personali. E dove il titolo La menzogna coinvolge tutte insieme quelle maschere sociali, collettive o individuali che, pirandellianamente, indossiamo nella vita di tutti i giorni: maschere colpevoli ma talvolta necessarie, sembra di capire.
In questo spettacolo che si sviluppa come un cerchio ideale, partendo con immagini molto forti (il "rito" della vestizione con la tuta di lavoro degli operai in un percorso di vita che arriva, in dieci fulminanti minuti, fino alla bara) prende altre vie, racconta di altre morti, di altre sopraffazioni, di altre violenze, senza tralasciare quel tanto di autobiografia che ha sempre costellato come una confessione pubblica e anche impudica gli spettacoli di Delbono. Un cerchio perfetto che idealmente si chiude alla fine con operai bruciati vivi, martiri quotidiani di una vita senza qualità e senza giustizia.
Nella scena costruita con praticabili e pedane usate dai personaggi come tanti palcoscenici insieme agli operai, sull'onda di una colonna musicale che va da Zarah Leander a Stravinskij e Wagner, ecco i borghesi impomatati e con gli occhiali scuri, ragazze vestite di cuoio nero pronte a denudarsi (il corpo come merce?), preti ambigui, razzisti violenti, nudi casti, danze disperate alla ricerca di un'identità e di una purezza perduta, fino all'estremo, toccante saluto di Bobò (il microcefalo sordomuto che ha passato 45 anni della sua vita in manicomio e che da tempo segue Delbono nei suoi spettacoli), che accarezzando gli armadietti di ferro, simbolo della quotidianità di una vita operaia, chiude questa cronaca di un lungo addio.
La menzogna secondo Delbono ci sembra suggerire sviluppi e aperture futuri nella storia teatrale di questo artista, spesso in scena con i suoi attori a condividere un rito pubblico: è uno spettacolo "politico", non nel senso che argomenta il suo svolgersi su documenti come una cronaca della realtà, ma perché è qualcosa che ci riguarda da vicino, qui e ora. Per riflettere, per cambiare, per diventare più umani. Da vedere.
Lo spettacolo in tournée
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