She She Pop, la riunificazione tedesca in un cassetto

Spettacolo-rivelazione della 42.ma edizione del festival di Santarcangelo, affronta con stile post-brechtiano e da una visuale tutta privata un tema centrale del secondo ‘900

Foto B. Krieg

Santarcangelo di Romagna (Rn) , 26 Luglio 2012 -

Se ogni estate propone un suo spettacolo-rivelazione, lo spettacolo di questa estate 2012 è probabilmente Schubladen, la singolarissima proposta di una compagnia non meno singolare, il collettivo berlinese She She Pop: la peculiarità di questo gruppo – si legge nel programma – consiste nella messa a punto di un particolare metodo drammaturgico che tende a mescolare memorie pubbliche e materiali del tutto personali. Schubladen, in effetti, vuol dire cassetti, e sono documenti rigorosamente provenienti dai cassetti delle loro case quelli che le sei attrici utilizzano nell'occasione per raccontare un capitolo sostanziale della recente storia europea, la divisione fra le due Germanie.

Su questa contaminazione tra realtà e creazione teatrale, su questo ricorso a una prospettiva dichiaratamente privata, in qualche modo addirittura caparbiamente soggettiva, la produzione presentata al Festival di Santarcangelo non lascia dubbi dall'inizio: sul palco, privo di scenografia, gli unici arredi sono tre asettici tavoli di metallo disordinatamente coperti di fogli di carta, matite, blocchi per appunti, videocamere e apparecchiature foniche, bottigliette d'acqua minerale, bicchieri, come per una lunga seduta di lavoro. Ai piedi dei tavoli, dei contenitori – ugualmente metallici – forniti di rotelle traboccano di vecchi libri, vecchi dischi, cartellette, faldoni cui le attrici via via attingeranno per il loro racconto.

Queste ultime, all'incirca quarantenni, ostentano corporature tendenzialmente un po' sgraziate, qualche bizzarra acconciatura e abiti più o meno “normali”, più o meno quotidiani –  nel senso che non si tratta di costumi – ma leggermente esasperati in certi tratti anacronistici, con un che di vistoso e fuori moda, anche se senza una precisa collocazione temporale. Siedono a due a due attorno ai tavoli, fronteggiandosi. Il meccanismo narrativo su cui si basano è elementare, quasi schematico, ma ugualmente efficace: si tratta infatti di tre ex-ragazze dell'Est e di tre ex-ragazze dell'Ovest che provano a rievocare le une per le altre le situazioni sociali e politiche in cui sono rispettivamente cresciute.

Per fare questo ricorrono a una tecnica indiretta, sottilmente allusiva: partono da lettere, ritagli di giornale, brani di letture infantili, pagelle scolastiche, compiti in classe, manuali di educazione dei bambini, lasciando che siano queste testimonianze trasversali – in verità molto eloquenti – a indicare un clima, una temperatura culturale. Loro non affrontano mai troppo esplicitamente le questioni ideologiche. Non si schierano, non esprimono giudizi. Parlano di mamme, di nonne, di pacchi spediti ai parenti oltre il Muro, di trasmissioni televisive, di primi amori, di prime esperienze sessuali. E compongono così un vivido album di famiglia, che diventa un articolato autoritratto collettivo.

In questo frugare tra i ricordi c'è molta freschezza, molta ironia, e una sorta di lucidità per così dire antropologica. Ad accentuare il taglio documentario dell'operazione, i loro scambi di impressioni sono spesso interrotti da richieste di precisazioni: “definisci un comunista”, “definisci l'emancipazione”, con effetti talora   pungentemente “stranianti”. Ma dietro l'intento di ricostruire un'epoca, un periodo cruciale per il loro Paese – evidenziando soprattutto gli stereotipi, le diffidenze reciproche fra gli abitanti delle due parti – si affacciano anche le diverse personalità individuali di queste sei scatenate femministe, che coi loro umori, i loro buffi pregiudizi risultano alla fine stranamente accattivanti.

Lo spettacolo, a mio avviso, è bellissimo per tre quarti:  commuove, fa pensare, dice qualcosa che ci riguarda da vicino. Nel suo apparente distacco, per certi versi post-brechtiano, ha anche momenti di grande poesia. Peccato che l'ultima mezz'ora – quella relativa al disincanto della riunificazione –  sia ridondante e un po' ripetitiva. Ma le sei attrici, sul filo tra l'essere se stesse e il diventare degli embrionali personaggi, sono di una bravura strepitosa: la scena in cui due di loro ripetono le evoluzioni della pattinatrice Kati Witt, scivolando leggiadramente sulle rotelle delle proprie seggioline, è un piccolo saggio di straordinario talento inventivo, davvero degno delle ribalte più importanti.

Visto al Lavatoio di Santarcangelo di Romagna, nell’ambito del Festival Internazionale del Teatro in piazza

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Schubladen (Cassetti)
ideazione: She She Pop
scenografia: Sandra Fox
costumi: Lea Søvsø
luci: Sven Nichterlein
suono: Florian Fischer
video: Sandra Fox e Branka Pavlovic
interpreti: Wenke Seemann, Johanna Freiburg, Alexandra Lachmann, Nina Tecklenburg, Katharina Lorenz, Lisa Lucassen


(Renato Palazzi)

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