Il Teatro Valle Occupato compie un anno

Varato un vasto programma di eventi. Ma le questioni più spinose rimangono aperte. Le istituzioni le eludono per convenienza

Giovanni Sollima e 100 violoncelli alla Maratona, lo scorso marzo a Roma

Roma , 15 Giugno 2012 -

L’occupazione del Teatro Valle compie un anno. Il 14 giugno del 2011 partiva una protesta di tre giorni che sarebbe diventata permanente, dando vita ad un esperimento anomalo non solo per il mondo dello spettacolo, ma anche per lo stesso mondo delle occupazioni. Nel corso di questi dodici mesi il Valle occupato ha ottenuto riconoscimenti, sostegno, attestati di stima e ha cercato di elaborare due grandi progetti per lo storico teatro romano, entrambi per ora incompiuti: varare un centro nazionale di drammaturgia, istituire una Fondazione Valle Bene Comune per gestire lo spazio secondo formule partecipative ancora tutte da scrivere.

I numeri di quest’anno di occupazione li danno gli stessi occupanti, che hanno varato un fitto calendario di festeggiamenti fino al 5 luglio: 285 serate, 105 mila spettatori, 1.780 artisti, 120.000 euro raccolti per costituire la fondazione (ne servono il doppio). Ma, visto in prospettiva rovesciata, questo è stato anche un anno di vuoto politico nel settore della cultura: il Comune di Roma non solo non è stato in grado di proporre una soluzione convincente (e c’è il sospetto che il risparmio di un anno di gestione facesse comodo ai conti comunali), ma ha pensato piuttosto di impiegare questi mesi per sfasciare il progetto dei teatri di cintura (Torbella Monaca e Quarticciolo, il cui destino è incerto) e per intimare la chiusura agli spazi sociali come l’Angelo Mai e il Kollatino Underground – che fornendo gratis spazi per produrre spettacoli ed esibirsi sono stati in questi anni a livello cittadino un’importante valvola di sfogo per gli artisti che non hanno sostegno istituzionale.

Visto dalla prospettiva rovesciata, è stato un altro anno passato senza l’Eti, l’ente teatrale italiano, la cui assenza unita all’immobilismo del Ministero ha lasciato l’Italia senza più un soggetto in grado di riconoscere e promuovere a livello nazionale e internazionale il teatro d’arte, e ha di conseguenza gettato il mondo del teatro in uno stato di balcanizzazione feroce, impantanato tra il localismo più bieco e il “si-salvi-chi-può”.

Di questa prospettiva rovesciata ne dà conto
Paolo Fallai sul Corriere della Sera del 12 giugno. Nel suo articolo Fallai definisce gli occupanti “bravi e simpatici”, ma anche “ingenui”, perché alla loro protesta permanente la politica ha risposto facendo finta di non vedere, aspettando l’esaurirsi dell’onda. E dà una lettura appunto rovesciata dei numeri dell’occupazione: le centinaia di giornate di spettacolo sono in realtà migliaia di ore di lavoro non pagato. Certo, nel conto andrebbe considerato che chi va in scena gratis in un’occupazione lo fa per protestare, ma è anche vero che se l’ambizione del Valle Occupato è quella di immaginare un sistema dello spettacolo completamente nuovo, questo non può prescindere dalla questione economica, dalla giusta retribuzione dei lavoratori del settore.

Fallai chiama questo un “doppio equivoco”, salvo poi generarne uno lui stesso. La sua analisi, fin qui accurata e condivisibile, fissa l’attenzione sulle lacune dell’occupazione ma ha in realtà l’intento palese di bacchettare la politica inerte. Quando poi, però, definisce gli occupanti “una minoranza che si è arrogata il diritto di occupare un Bene Pubblico”, cade vittima a sua volta dello stesso artificio retorico. Perché un’affermazione simile, pur vera in linea di principio, fa finta di non vedere che l’istituto della rappresentanza oggi è in crisi nera. Veniamo da anni di gestione “privatistica” della cosa pubblica, e la disinvoltura con cui in questi stessi giorni la giunta Alemanno sta calpestando l’esito del referendum sull’acqua pubblica per vendere Acea a tutti i costi, lo rende drammaticamente palese. La volontà popolare, regolarmente espressa attraverso il voto, non conta proprio un fico secco per i politici e per le élite economiche che rappresentano. E anche quando l’istituto della rappresentanza non era così esplicitamente calpestato, esso in Italia faceva riferimento non alla società tutta, ma al consesso dei partiti. Le cariche delle istituzioni culturali rendono conto il più delle volte di questa logica, e per chi non ha uno sponsor politico è quasi impossibile entrare in contatto con questo sistema. Un sistema chiuso che ha generato un’insofferenza non più contenibile, altrimenti come si spiega l’exploit politico di Beppe Grillo?

Insomma, è giusto, sacrosanto e auspicabile che la politica torni a occuparsi della cosa pubblica, come scrive Fallai. Ma è altrettanto giusto e sacrosanto che lo faccia per servire la cittadinanza e non per accontentare delle élite, siano esse politiche o culturali. Ma oggi chi è più disposto a credere che la politica sia davvero in grado di fare una scelta simile?


(Graziano Graziani)

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