Per una volta, il paragone con gli Oscar cinematografici non stona. Il premio assegnato a Mosca seleziona infatti le migliori proposte dell’anno in campo coreutico. Ecco com’è andata quest’anno
Mosca , 06 Giugno 2012 -
A vent'anni dalla sua ideazione il Benois de la Danse sta al mondo della danza come l'Oscar a quello del cinema. Ad assegnarlo, sotto la presidenza di Yuri Grigorovich, leggendario “Zar” del Balletto del Bolshoi, è ogni anno una giuria di artisti e coreografi scelti tra i più prestigiosi del mondo. A differenza degli Oscar però, la giuria del Benois è ristretta a sette, nove membri e solo a loro spetta l'incombenza delle “nominations” per le varie categorie: miglior interprete maschile, femminile, coreografo, musica e così via. E forse è questa l'unica “pecca” di un riconoscimento che ha ormai valore assoluto: perché se le proposte dei candidati sono troppo limitate a quanto a loro più affine e vicino, si rischia di non selezionare sempre la crema della crema. Cosa che per altro avviene anche agli Oscar. Alla fine però l'esito è quasi sempre quello giusto: vincono (almeno qui) incontestabilmente i migliori.
L'abbiamo visto sul campo, in occasione della cerimonia dei premi del Benois del Giubileo al Bolshoi di Mosca. La giuria, presieduta da Grigorovich, affiancato come co-presidente da John Neumeier, e con i nomi stellari di Alessandra Ferri, Laurent Hilaire, Manuel Legris, Altinay Asilmouratova insieme alla prima ballerina coreana Kim Joo-Won e il coreografo stabile del Boston Ballet Jorma Elo non ha avuto dubbi: alla scolastica correttezza della coreografia del parigino Jean Guillaume Bart (La source), all'enfasi pleonastica e core in mano di Boris Eifman (Rodin), alla promettente qualità teatrale di De Bana (Marie Antoinette, presto al Festival di Spoleto) o alla sperimentazione ingenua eppure volenterosa dei coreani Chung Eui-Sook e Daniel Buyn (piaciuti però al coreografo Neumeier) ha preferito la sicura vena compositiva di un nome storico del postmodern dal volto umano, l'americano Lar Lubovitch. Ma è stato soprattutto tra gli interpreti che il risultato è parso subito scontato: la vittoria della strepitosa Alina Cojocaru – interprete sconvolgente di Liliom, di Neumeier – e del duo ex equo formato dall'etereo Mathias Heymann dell'Opera di Parigi per La source e del vigoroso Carsten Jung ancora per Liliom è stata ulteriormente accreditata dal fatto di vedere, dal vivo, i loro pallidi antagonisti (come la insulsa Kathy Breen Combes del Boston Ballet o gli scolastici Matthew Goldwin dell'Het National Ballet o Kim Ji Young del Balletto Nazionale di Corea).
Le cerimonie del Benois de la Danse (la serata di premiazione e il gala dei vincitori delle passate edizioni) sono anche utili per registrare lo stato dell'arte. Stelle e coreografi provenienti dalle maggiori realtà del mondo ci indicano gli up and down delle varie compagnie e autori. È il caso, per esempio, dell'Opéra di Parigi: a parte rivedere felicemente in scena, dopo un recupero fisico durato tre anni, un danseur noble bello come Herve Moreau, ci ha mostrato una certa “sofferenza” sia dal punto di vista artistico – con Letitia Pujol, etoìle di pallido lustro, e due modesti solisti nel duetto da La Source – che tecnico, attestando una evidente appannatura alla grandeur della Maison. L'energia forte e fluidissima di Drew Jacoby, Rubinald Pronk, Casey Herd e Nadia Yanowsky (dal NDT e Het Nationale Ballet) invece testimonia l'ancor alto livello della danza olandese e l'incidenza indelebile del neoclassicismo nervoso ed espressivo fissato da maestri come Van Manen e Kylian che ancora plasma irresistibilmente gli eredi (vedi Lightfoot e Leon).
L'oriente spicca sempre più con la qualità del movimento, l'audacia degli accostamenti musicali, una visionarietà essenziale e potente: la Cina, lo attesta l'assolo di Wang Di è sempre più contemporanea. L'America invece è sempre più stereotipata in un manierismo quasi disneyano (come attesta il periglioso estratto da Ocean's Kingdom, musica di Paul McCartney, coreografia retorica di Peter Martins, che ha debuttato in quello che fu il regno di Balanchine, il NYCB). E la Russia? Sempre nobile depositaria dello stile accademico, anche se assolutamente rigenerato: sia esso purissimo come quello del Mariinsky, esaltato dalla inarrivabile spiritualità di Lopatkina, sia teatrale e accattivante come quello del Bolshoi (anche se Evgenia Obrastzova, nuova stella, viene da San Pietroburgo).
Dal canto loro le divine – quelle con un fuoco dentro che illumina spirito e corpo – sono meno appariscenti di ieri ma arrivano in scena e irradiano luce: come Helene Bouchet dell'Hamburg Ballet e Bernice Coppetiers dei Ballets di Monte Carlo. Ma soprattutto stile ancien regime, ci sono sempre le dive: acclamate, idolatrate, esaltate, narcisisticamente pronte a offrire la loro grazia e bravura e poi a rifiutare di mischiarsi agli altri per i saluti finali, come l'ineffabile Zakharova.
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