"L'immagine - scrive Federico Ferrari in un bel libro intitolato Costellazioni - è ciò che sta nello sguardo, che con la sua solida presenza permette alla vista di vedere. Potremmo anche dire che l'immagine è ciò in cui inciampa lo sguardo, impedendo alla vista di andare sempre 'oltre', al di là di ciò che vede". L'incantamento dello sguardo e dell'illusione umana sono quasi un manifesto per i giovanissimi veneziani Pathosformel, che sin dal nome si collocano in un filone di riflessione cara da Aby Warburg.
Nei loro primissimi lavori, Pathosformel conquistano l'attenzione grazie a raffinate (e al tempo stesso semplicissime) macchine sceniche in cui la prospettiva della visione è stimolata, provocata, elaborata con forza: e non vi è, mai, glamour compiaciuto o patinata narrazione del mondo. Ne La timidezza delle ossa, ad esempio, l'immagine, tra superficie e profondità, esita a farsi corpo: o meglio evoca timidamente e tragicamente la traccia, lo scheletro, l'osso di un corpo scomposto che non riesce a ricomporsi.
È una sorta di "studio d'anatomia", in cui il gruppo usa sapientemente una composizione visiva fatta di suggestioni percettive: un telo bianco svela il "timido" apparire di frammenti scheletrici, ossa appunto, di corpi umani spezzettati e vibranti che stentano a ricomporsi, ad unirsi. Lo spettacolo, già segnalato al Premio Scenario, ha fatto il giro dei Festival estivi, dal momento che il gruppo è diventato un po' la "novità" della stagione. Tutti se lo contendono, anche grazie al "patronato" fatto da Romeo Castellucci e dalla Societas Raffaello Sanzio, che hanno ospitato "in residenza" la giovane compagnia.
Al Festival di Santarcangelo si è visto, poi, il primo studio di un nuovo lavoro La più piccola distanza. Se nel precedente era protagonista quello che resta del corpo umano, una volta passato ai raggi X, qui il corpo è al contrario totalmente assente. La struttura è una sorta di enorme pentagramma verticale: binari in cavi d'acciaio su cui scorrono dei quadrati, avanti e indietro. La struttura è semplicissima: su una musica suonata dal vivo dagli stessi componenti del gruppo, i quadrati compiono i loro percorsi. Il fatto è che lo sguardo, catturato da queste immagini, da queste cose, vi si sofferma, dapprima sperduto, poi, lentamente, attivo in metanarrazioni che antropomorfizzano quelle semplici strutture.
E ciascuno, allora (almeno quanti non si rifiutano di stare al gioco) si inventa storie, relazioni, situazioni, simboli, rimandi. Pur di non pensare che sta lì, seduto, a guardare dei quadrati in movimento... Il teatro è arte concettuale, non c'è dubbio: e qui - come pure in La timidezza delle ossa - il singolo spettatore ha modo di credere in qualcosa che non sta vedendo. Osserva, vede altro: di fronte ha un gioco di immagini materiche, opache, intransitive, eppure si lascia andare a derive anche romantiche. O addirittura "struggenti", come ha sentenziato un addetto ai lavori subito dopo lo spettacolo. Fossimo al Festivalbar potremmo dire che Pathosformel sono il gruppo dell'estate. Ma siccome siamo a teatro, possiamo dire che di questa compagnia sentiremo ancora a lungo parlare.
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