Max Pezzali/883 - Hanno ucciso l'uomo ragno 2012

La perenne nostalgia di Max Pezzali

Max chiude il cerchio: a vent’anni di distanza ripubblica lo storico Hanno ucciso l’uomo ragno, con la collaborazione dei più abili rapper italiani come Ensi, Emis Killa, Club Dogo, Dargen, Two Fingerz. L’album, subito in vetta alla classifica, é un’operazione nostalgia al quadrato. Già l’originale conteneva una sottile vena nostalgica, riconoscibile velatamente sotto la pelle di Con un deca, o più macroscopicamente in Jolly Blue (“E' passato tanto tempo però io c'ho tutto dentro... poi chissà cos'è cambiato forse il tempo che è passato, c'è chi adesso è regolare c'è chi si sta per sposare”) o metaforicamente nella figura dell’uomo ragno, simbolo dell’adolescenza assassinata dal mondo degli adulti. Con questa celebrazione ventennale si vuole ribadire che, dopo tutto, gli anni non cambiano un bel niente. Certo c’è qualche chilo in più e i capelli se ne sono andati tempo fa, ma la voglia di cantare del “vuoto dentro di noi” è rimasta la stessa, perché “il vuoto credo che non si riempia mai, per tutti è così, si perché è un po' il vuoto di tutti noi, ci sbattiamo tanto per chiuderlo, ci proviamo e non ci riusciamo mai, allora tanto vale conviverci”. L’unico inedito si intitola Sempre noi ed è in collaborazione con l’adattissimo J-Ax. Il pezzo contiene quei soliti, collaudatissimi cliché che funzionano benissimo proprio perché consunti, arrugginiti, rassicuranti. E poi nel videoclip c’è finalmente lui, il vero mito degli 883, l’autore delle espressioni gergali che si sono maggiormente impresse nelle nostri menti (pre)puberali: “Un pacco di tempo”, “Con in mano birra e camogli”, “Non me la menare”, “Come un ninja fai le scale”, “Nonostante i professori, la matematica che ci sbatteva fuori, esami a settembre, estate fottuta, lezioni su lezioni senza averla mai capita” e via dicendo. Repetto imperat.

Purtroppo noi, essendo stati abituati alla nostalgia proprio da Max, fatichiamo a sentire le canzoni simbolo della nostra infanzia infarcite di novità un po’ forzate, per non dire fuori luogo. Perché nonostante nel 1992 si parlasse di temi quotidiani, al limite della banalità, rimaneva sempre quella poesia della semplicità, così diretta e leggiadra. I rapper, invece, aggiungono un lessico rubato al ghetto americano, un mondo che non ci appartiene, lontano anni luce dalla provincia italiana di cui Max si fece cantore. Quella di Con un deca è una città forse borghese e ipocrita ma di certo più calda e vicina a noi. Inoltre i vari “featuring” aggiungono qualcosa solo sul versante testuale, nulla su quello musicale, area sulla quale invece si poteva lavorare e sperimentare di più.

Tuttavia sono presenti anche interventi piacevoli, come quello di Two Fingerz, che ha saputo completare 6/1 sfigato senza scimmiottare uno pseudo “gangsta” o ripetere centottanta volte “Yo”, oppure quello di J-Ax, autore di un sincero e originale stile rap all’italiana.


(Roberto Azzi)

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