Colapesce - Un meraviglioso declino

I forti testi, spesso fin troppo facile specchio per le storie  della gente, sono un rafforzativo ben riuscito per musiche ben congeniate

Se il 2012 non è iniziato bene per il rock in generale (gli editoriali che annunciano la sua deceduta si moltiplicano rapidamente), c’è a chi va decisamente meglio: provate a chiedere ai cantautori, o almeno a quella che ne è la loro odierna evoluzione rispetto al concetto tradizionale, gente che senza distorsori riesce a vendere e a far parlare di se in ogni caso, categoria che riuscirà certamente a conquistarsi una fetta sempre crescente di mercato, per crederlo basta dare un ascolto al disco Un meraviglioso declino, il nuovo lavoro di Colapesce.

Restiamo in casa, oltre ad essere la prima traccia del disco, e anche un istantaneo impulso consequenziale ad aver premuto il tasto play: arpeggio morbido e voce rassicurante, arrangiamenti ben pensati che vengono di tanto in tanto a trovarci in una malinconia che esplode disarmante nel ritornello, si sorride ma contemporaneamente la nostalgia è tanta. Cancellate gli impegni prossimi e restate a casa per la prossima oretta,vi conviene. Sentori chillwave rapiscono in Satellite, tanto che si arriva a pensare che su una base così anche le parole del peggior politico sembrerebbero poesia, poi se la poesia c’è effettivamente il risultato non può essere che esaltante. Le fogli appese e La distruzione di un amore, pezzi che per composizione e struttura sono molto sentiti, riescono a  creare l’immagine di una persona sovrappensiero che guarda le cose scorrere via da un finestrino d’auto mentre la pioggia viene giù torrenziale, la classica scena da cinema insomma. Piccoli rivoluzionari nascono e muoiono nei 3 minuti de La zona rossa, l’atmosfera qui viene trainata da un riff di chitarra elettrica verso bacini più rock, quasi a voler indicare che le ribellioni senza un minimo di attitudine rock non si possano fare, o comunque non siano altrettanto efficaci, stessa cosa si dica, anche se in modo meno marcato, per Il mattino dei morti viventi, qui però l’imprinting non è dato dalle chitarre ma dallo special finale, cacofonico e irritante per i suoni usati ma contemporaneamente perfettamente contestualizzato ed apprezzabile. Il basso fa la sua comparsa sulla scena in modo più mercato in I barbari, andando a collegare la Sicilia cantautorale alla Jamaica reggae, e aprendo ad un ritornello di quelli che difficilmente si scordano, per poi perdersi disorientati in aloni spettrali, e proprio per non farsi mancare nulla arrivare a chiudere il classico special all’italiana, decisamente uno dei pezzi migliori del disco.  In S’illumina lo splendore è data da una riuscitissima melodia vocale, la quale riesce ad irradiare di luce gli intrecci di arpeggi che si susseguono in sottofondo. La intima Bogotà  chiude il cd, cantando una di quelle frasi da condivisione selvaggia sui social network:” Io la notte ancora sto sveglio/A pensare al tempo che ho perso/E ne accumulo altro”.

Partendo dal presupposto che personalmente non amo particolarmente l’attuale scena alternative/cantautorale italiana,  una stroncatura sarebbe stata probabile, e invece no, nessuna stroncatura, questo è un disco oggettivamente bello, è un lavoro che valica quelli che sono i residui dei vari mostri sacri della suddetta scena  cantautorale magari riarrangiati in chiave moderna, la forma magari può sembrare quella, ma il procedimento da cui viene fuori il tutto è diverso: i forti testi, spesso fin troppo facile specchio per le storie  della gente, sono un rafforzativo ben riuscito per musiche ben congeniate,  dall’arrangiamento che non ti aspetteresti, all’evitare il cliché strofa/ritornello/strofa/ritornello senza che però si perda quell’unità di fondo del disco, il tutto condito da suoni ricercati, e perché no anche di moda, suoni che amalgamati nel brillante cantato di Colapesce riescono a proiettare nella mente tutte quelle emozioni da pellicola cinematografica sbiadita, nostalgia su tutte, nostalgia che come accennato prima però riesce a far sorridere, riesce a portare alla mente i ricordi più vivi e sentiti di ogni ascoltatore. A voler trovare un difetto si potrebbe dire che l’unità di intenti data dalle 13 tracce  possa risultare troppo prolissa e magari appesantire i non avvezzi al genere, anche se a voler trovare un pezzo che non meriti di essere nella tracklist si sudano svariate camicie. In conclusione se volete iniziare con un buon ascolto il 2012 non saprei consigliarvi di meglio.

di Alfonso Senatore

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