Il Grande Iconoclasta rispetta l’immaginetta classica e perfino la venera, il Satiro figlio di Pan abbassa le corna e scrive delicato, accomodante, scaldandosi al fuoco della tradizione
John Zorn annuncia un disco natalizio e tutti sono convinti che sarà una strage: gas nervino nella mangiatoia, il bue e l’asinello brutalizzati, Santa Claus e Rudolph, la sua renna preferita, ritratti in atteggiamenti equivoci. Invece no, il Grande Iconoclasta rispetta l’immaginetta classica e perfino la venera, il Satiro figlio di Pan abbassa le corna e scrive delicato, accomodante, scaldandosi al fuoco della tradizione come gli era capitato un paio d’anni fa con un album in cui era solo compositore e non interprete, Alhambra Love Songs, dedicato al mito di San Francisco.
Visto in questa prospettiva, A Dreamers’ Christmas è un brillante esercizio di stile da parte di un musicista che ha scartato da tempo l’idea di essere uno e nessuno e ha scelto il centomila, facciamo pure un milione. Ascoltare per credere. Nascosto dietro le quinte, suggeritore e regista di Marc Ribot, Kenny Wollesen, Joey Baron, Jamie Saft, Trevor Dunn e Cyro Baptista, Zorn si diverte a estrarre dal cassetto melodie che più classiche non potrebbero senza alcuna intenzione di pervertirle e neanche, omeopaticamente, di esaltarne il miele e i vezzi per affogarle nel ridicolo. E’ rispettoso invece, leva con cura le palline di naftalina da vecchissime palandrane come Winter Wonderland, Have Yourself A Merry Christmas, Let It Snow! Leit It Snow! Let It Snow! e come un buon sarto prova a rammendare sdruciti classici dalla foggia demodé:The Christmas Song era già datata quando Mel Torme la lanciò, nel lontano 1946, e Santa Claus Is Coming To Town si è logorata nel lungo viaggio da Perry Como a Bruce Springsteen.
Niente paura, il satiro usa bene ago e filo anche con gli zoccoli; e già che c’è si impegna a scrivere un paio di originali, Magical Sleigh Ride e Santa’s Workshop, con curiosi accenti tra Zappa e la musica hawaiiana. Non manca il gran finale, la Christmas Song che dicevamo, in cui Mike Patton, uno dei complici preferiti, gorgheggia con vocione festaiolo a confermare che sì, è un disco di Natale proprio come si deve.
di Riccardo Bertoncelli
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