Can - Tago Mago 40th Anniversary Edition

C’è un bonus disc con 48 minuti dal vivo nel 1972 ed è un documento importante, per una band che dal vivo eccitava al massimo

Intorno al 1973, quando il rock americano cominciò a declinare e il Prog prese a gonfiarsi come la rana di Esopo, i radar degli appassionati si volsero altrove e captarono interessanti segnali dalla Germania. Era cresciuta lì una ricca scena d’avanguardia che non aveva ancora valicato i confini per il saldo imperio delle forze anglo-centriche ma spiccava per originalità. Ci volle poco ad accoglierli tra i preferiti. Erano una brigata variopinta di mistici, barbari, viaggiatori delle stelle, anarco radicali, cyborg che (ri)leggevano la giovane storia del rock, anche le pagine più scomode, da una postazione euro-centrica; quindi non dimenticando la lezione natale della musica classica, anzi, scavando cunicoli sempre più larghi, per favorire gli scambi, tra il rock d’esperimento e certe avanguardie della musica colta – non a caso la Germania era la terra di Karlheinz Stockhausen e dei seminari di Darmstadt.

Non è giusto fare di quei gruppi un fascio solo, quindi eviterò con cura il nome “kosmische kuriers”, “corrieri cosmici”, che la più importante etichetta del movimento, la Ohr, usò a un certo punto come sigla per le sue produzioni. In compenso, voi cancellate dal vocabolario quella parolaccia inventata nei ’90 e purtroppo assai diffusa che è “kraut rock”, sdoganata perfino da una mente illuminata come Julian Cope; termine tanto infelice che finisce per essere spregiativo e razzistico quando, credo di capire, vorrebbe essere solo spiritoso. Ad ogni modo, tra questi Teutoni che in breve dilagarono nel Continente (mai negli Stati Uniti però, nessuna “german invasion”) c’erano musicisti che diventarono arcifamosi e ora giacciono in un cantuccio (Tangerine Dream), lucide menti aperte finite a balbettare (Klaus Schulze), vandali che nessuno ricorda più (Amon Duul), radiosi mistici in odor di culto (Florian Fricke e i Popol Vuh) e pionieri che il tempo ha preservato - come i Can. Di quella generazione tedesca, sono forse quelli che hanno meglio navigato e oggi sono tra i più noti e ammirati; non solo presso i vecchi germanisti ma anche tra i giovani adepti e trenta-quarantenni assortiti, ascoltatori e musicisti, perché gocce del loro esempio & sapere sono stillate sui vari Fall, PIL, Primal Scream, The Jesus & Mary Chain, Sonic Youth, a loro volta capaci di passare ad altri quel messaggio.

Il catalogo Can è sistemato da tempo in una nicchia della Mute, con buone rimasterizzazioni. Sono tredici volumi e c’è di tutto, il buono e il deludente, il velleitario e il geniale, e vale lanciarsi nel gioco del disco preferito, più che mai controverso in questo caso. La santa ingenuità di Monster Movie, la lucida depravazione di Tago Mago, la gloria anche commerciale di Ege Bamyasi? Io ho un debole per Tago Mago e sono contento che si siano ricordati dei suoi quarant’anni per una nuova edizione in 2CD, pronta in questi giorni. C’è un bonus disc con 48 minuti dal vivo nel 1972 ed è un documento importante, per una band che dal vivo eccitava al massimo il suo lato creativo e provocatore; ma il tesoro vero resta il repertorio originale, le otto canzoni pubblicate in semi clandestinità nella Germania rock del 1971, adottate dalla United Artists un anno dopo e approdate poi (con molta calma, cosa credete?, non  c’era la diabolica rete d’informazioni di oggi) alla storia del rock.

 E’ “l’album magico dei Can”, per usare l’espressione degli stessi protagonisti, e il primo a diffondere il verbo in Gran Bretagna e nel Continente, dopo gli inizi carbonari di Monster Movie e Soundtracks. Eno ha detto bene una volta che con quel disco “i Can tornarono a indossare il guanto di ferro che i Velvet Underground avevano gettato a terra”; ma non solo Cale e Reed, a ben ascoltare, Tago Mago è una favolosa isola che risuona di suggestioni, Miles e Jimi e Zappa, i Soft Machine, i garagisti estremi, e naturalmente Kalheinz Stockhausen, che a Darmstadt aveva avuto come allievi Holger Czukay e Irmin Schmidt, i fondatori originali.

Non ho usato per caso l’isola come metafora. Tago Mago, in effetti, prima che un disco è una lingua di terra nel mar Mediterraneo, 900 metri a nord est di Ibiza, nelle Baleari. Quella zona era un Paradiso degli alternativi, negli anni di cui parliamo, e può darsi che il bizzarro nome sia arrivato alle orecchie di Czukay e dei suoi per passaparola hippie; ma a Tago Mago ha legato il suo nome anche Aleister Crowley, il Mago Spudorato, ed è molto probabile che i Can abbiano seguito la sua mappa. C’è un brano esplicito nel disco, Aumgn, che riprende la parola magica forgiata da Crowley, da ripetere otto volte all’inizio del discorso e poi tre alla fine, “nel nome del Caos”; e Czukay non ha mai negato che quell’album fu per lui e i compagni un viaggio esoterico, “un tentativo di raggiungere un mondo musicale misterioso, dalla luce alla tenebra e dalla tenebra alla luce”. Ma non ci ricamerei troppo, non farei di Tago Mago un’opera per satanisti in libera uscita come qualcuno ha cercato di fare del terzo e quarto Zeppelin.

Crowley è sempre stato una macchietta di successo in zona rock, e la sua faccia (quella che per anni cercò di veder svanire in uno specchio) compare perfino sulla copertina del Sgt. Pepper. Diciamo che i Can lo usarono come stimolo per le loro ricerche “oltre le porte della percezione”, uno dei tanti. Erano giovani inquieti che volevano sollevare il mondo dalle fondamenta e bramavano qualsiasi leva per farlo: purchè li aiutasse a bestemmiare la religione (Hallelujah), venerare gli allucinogeni (Mushroom), spingere la musica a quel dérèglement systématique de tous les sens di cui aveva parlato Rimbaud molto prima che Jim Morrison ne raccogliesse il messaggio in bottiglia su una spiaggia di Long Beach. Credevano nel caso, nelle forze occulte, nella telepatia. Il loro mitico cantante Damo Suzuki era stato ingaggiato a poche ore da uno show soltanto perchè cantava spensierato sulla Leopoldstrasse a pochi metri da Czukay e Liebezeit, seduti al tavolino di un bar. Non aveva alcuna esperienza ma una voce di vetro e grafite, e una impagabile spontaneità. Se i Can sono diventati la leggenda che sono, è merito anche di quel celeste intruso.

Tago Mago è l’opera in cui gli inquieti telepatici disegnarono al meglio la loro utopia e, anche ascoltata oggi, ha una sua bellezza. Czukay la montò come un Teo Macero di Baviera interpolando nastri registrati “ufficialmente” ad altri che aveva archiviato all’insaputa dei compagni, durante le lunghissime prove nelle sale di un castello concesso da un mecenate amico: una pomposa sigla, Inner Space, camuffava la spoglia realtà di un due piste e poco altro. E’ un album temerario, che inizia seducendo con modi quasi garbati e poi si ingarbuglia, urtica, impressiona, mentre le parole svaniscono mano a mano e le canzoni lasciano il posto a sconnesse visioni. La cantilena indolente di Mushroom, il vento del capriccio che scompiglia Hallelujah, il blues straccione di Peking O, i rumori e cigolii che fanno di Aumgn una Help I’m A Rock teletrasportata dalla testa di FZ a quella di Holger Cz. Un interstellar overdrive che riprende da dove i Pink Floyd per pigrizia e codardia avevano smesso, un viaggio al termine della notte là dove Jimi sarebbe arrivato se la morte non lo avesse ghermito

C’è un aspetto ritmico nella musica Can che spiega l’intatto fascino del gruppo ancora oggi, dissolti molti fumi e velleità d’epoca. E’ il ritmo delle cerimonie religiose e, d’altro canto, dei rave parties, il pulsare delle reti nervose e degli organi vitali che diventa musica e chiede al corpo di riconoscere quella matrice primordiale. “I nostri pezzi erano un mantra,” ha riassunto bene Michael Karoli, “qualcosa che scuoteva le persone portandole a ballare anche contro la loro volontà. Con la musica rave hai bisogno di un volume sconsiderato mentre con i Can era tutto più morbido, naturale, come se il segnale uscisse da un apparecchio telefonico. Controllavamo i suoni, sapevamo come indirizzarli. Ogni tanto Jaki, il batterista, prendeva di mira uno del pubblico e con le sue percussioni lo costringeva a vomitare. Era una pratica salutare, lo faceva stare meglio. Eravamo musicisti, studiosi, terapeuti.”

di Riccardo Bertoncelli

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