Una band di cocciuti ragazzi del Nord Ovest cerca la sua strada nel mondo rock all’alba dei ’90. Si chiamano Nirvana, sono Kurt Cobain, Krist Novoselic, Chad Channing
(La storia rock tende ormai al monumentale e questo box per i vent’anni di Nevermind è in tono, granitico e imponente. Nel primo CD ci sono i 12 originali e le facciate B dei vari singoli, nel secondo prove varie, due inediti BBC e le primissime bozze di Butch Vig nel suo studio. Il pezzo forte è un Live At Paramount Theatre ufficialmente inedito ma in realtà ben noto agli appassionati per svariati bootlegs nel corso degli anni; è il concerto di Halloween 1991 che consacrò i Nirvana e lanciò Nevermind verso stratosferiche altezze, e viene proposto in audio e video. Ancora più interessante il CD 3, con il primo mix dell’album (“Devonshire mix”) curato da Butch Vig e rifiutato da tutti. Aggiungete un libro di 90 pagine illustrato con dovizia di foto e memorabilia e avrete il regalo di Natale perfetto per gli ex ragazzi grunge oggi quarantenni, quelli almeno che hanno un centone da spendere per un viaggio di sola andata al loro posto delle fragole)
Una band di cocciuti ragazzi del Nord Ovest cerca la sua strada nel mondo rock all’alba dei ’90. Si chiamano Nirvana, sono Kurt Cobain, Krist Novoselic, Chad Channing. Sono incazzosi, illusi, storditi, la testa piena di sogni e “il cuore pieno di napalm”, per dirla come l’amato Iggy Pop. Hanno pubblicato un LP per la piccola etichetta Sub Pop, sfruttando un ridicolo budget di 600 dollari, e l’interesse suscitato li ha convinti ad alzare la posta, cercando di mettere meglio a fuoco l’ispirazione e trovare un più confortevole rifugio discografico.
Hanno un produttore fidato, Butch Vig, e nell’aprile 1990 si recano nel suo studiolo nel Wisconsin per proseguire la serie. Ne emergono presto con otto canzoni imprecise ma brucianti, che confermano il gusto per un rock grezzo, schietto, brutale– stanno cominciando a chiamarlo grunge, sembra incredibile ma diventerà il marchio non solo della band ma di tutta quell’epoca. I nuovi provini li usano come biglietto da visita, per trovare ingaggi e proporsi alle case che nel frattempo han messo fuori le antenne. E’ un gioco che li eccita e li atterrisce; hanno paura di mettere la testa nelle fauci del leone e di veder divorato tutto, speranze e amore rock, in cambio di un pugno di dollari. Così, quando li ingaggia la Geffen fanno la faccia truce e rifiutano le proposte di produzione, temendo di finire nelle mani di qualche stilista rock troppo accondiscente. Vogliono Butch Vig, si fidano solo di lui, e nella primavera 1991 riprendono il discorso dell’anno prima, nello scenario rispettabile dei Sound City di Van Nuys (gli studi di Rumours e di Damn The Torpedoes) e con un budget più agevole.
Le sedute durano due mesi, con canzoni già pronte che prendono altra forma e idee nuove che si sviluppano; due, tre takes strumentali ciascuna per vedere se è il caso di insistere, nel caso Cobain limerà i testi e si perderà nelle sue mille sovraincisioni. Lo possiamo immaginare in studio, “inquieto e madido di sudore”, mentre sorseggia il mix preferito di sciroppo per la tosse a base di codeina e un quarto di Jack Daniel’s al giorno e si sciupa gli occhi lavorando a versi che non tornano mai. Sono otto-dieci ore di lavoro al giorno, una faticaccia, per una musica che vorrebbe in realtà essere molto semplice, solo personale. “Le nostre canzoni sono pezzi pop standard: verso ritornello verso ritornello verso assolo, brutto assolo. Tutto sommato, suoniamo come i Knack e i Bay City Rollers disturbati da Black Flag e Black Sabbath.”
Una di quelle canzoni è Smells Like Teen Spirit, nata per caso in studio e provata poi dal vivo con risultati fantasiosi, e vari dubbi. E’ un’improvvisazione di gruppo su un riff di Cobain e sulle prime non pare niente di speciale. “Sembrano i Pixies sputati,” si lamenta Kurt. “Finisce che ci linceranno”. Macchè. La derivazione passa in secondo piano davanti alla forza del brano e alla travolgente esecuzione Nirvana, quell’onda alta di emozione e sconcerto che in 5 minuti e un secondo consegna alla storia rock lo stato d’animo di una generazione.
Smells Like Teen Spirit viene sistemata strategicamente, a inizio di un album che ha altre canzoni memorabili: Come As You Are, In Bloom, Polly. Ma nessuno pensi che Nevermind nasca predestinato, in marcia trionfale verso le classifiche. La Geffen lo considera un buon prodotto ma è tiepida, e la prima tiratura americana non arriva a 50.000 copie. Gli stessi Nirvana sono perplessi, perché Butch Vig non è riuscito a trovare il mix giusto e l’uomo chiamato al tocco finale, Andy Wallace, ha lavorato troppo il sound tradendo lo spirito minimale della band. I ragazzi l’han presa male e Kurt ci andrà giù pesante. “Sono un po’ imbarazzato, è servito a farci avere successo e va bene, certo – ma il suono si avvicina a quello di un disco dei Motley Crue, e noi volevamo qualcosa di punk.
Poco male, Nevermind esce a settembre 1991 e piano piano si fa strada. Cresce settimana dopo settimana, mentre i media montano istericamente la commedia del grunge. I Nirvana sono i nuovi Pistols, Seattle la capitale del rock emergente e Smells Like A Teen Spirit l’inno dei teenagers che si affacciano agli ultimi dieci anni del millennio. E’ una delle ultime volte che il rock regala una fioritura tanto impetuosa e miracolosa. Nel 2005 la Biblioteca del Congresso includerà il disco nel National Recording Registry, tra le registrazioni più influenti del 20mo Secolo “per cultura, storia ed estetica”. Chissà il ghigno di Cobain, dal suo chissà-dove, lui che in fondo aveva solo voluto sfogare gli istinti di un infelice ragazzo di strada e coltivava il dubbio che avrebbe potuto farlo anche meglio.
di Riccardo Bertoncelli
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