Pink Floyd - Ummagumma – Discovery Edition

I Floyd hanno cominciato a spalancare i loro archivi con una monumentale sistemazione del catalogo

Mi fa specie scrivere certe cose una mattina chiara di fine primavera quando la storia è molto invernale, fatta di brume e cieli lividi in un anno lontano che è il 1969. Il disco è Ummagumma, uscì in Gran Bretagna il 26 ottobre di allora e per le lente piste dell’importazione riuscì ad arrivare dalle nostre parti in tempo per le feste. Io me lo regalai giusto per Natale, e vi rimasi appeso per i magici giorni che portano a Capodanno e poi oltre - all’epoca le radiazioni di certi dischi duravano una vita. Ero innamorato, sorpreso, eccitato, e tutte le volte che riguardo la copertina e ci ficco le orecchie dentro ritrovo quella gioia adolescenziale, come una sorpresa che non smette mai di tendermi agguati, come un profumo che non svanisce.

Sono partito in quarta, sorry, non ho fatto i convenevoli. Il fatto è che in questi giorni i Floyd hanno cominciato a spalancare i loro archivi con una monumentale sistemazione del catalogo e guardando l’ambizioso planning mi è tornata in mente quella gioia. Ho sorriso, ho goduto, poi ho smoccolato. Ma sì, era prevedibile. Ai tre dischi più famosi e riveriti (Dark Side, Wish You Were Here, The Wall) hanno riservato il palco reale mentre agli altri molto meno e a Ummagumma  solo un posticino in piedi, senza espansioni, senza bonus, anzi, senza nemmeno remastering, che rimane quello del 1994.

Ma che importa, l’amore mio non muore. Io resto dell’idea che quella, fine anni ’60, primi tempi di acclimatamento Gilmouriano, Waters non ancora divorato dai suoi spettri, generose dosi di fumo a quietare nevrosi e conflitti egoici, quella sia stata una delle stagioni migliori della band e forse la più importante. Mi spingo ad aggiungere che il mio (certo) amore e (probabile) delirio va a un disco profondamente imperfetto, a tratti velleitario, non troppo a fuoco. Lo so, lo so, una sera ne ho parlato perfino con Nick Mason a cena; ma se non mi ha persuaso lui (che pure pareva sorpreso dei miei slanci), dubito che possiate riuscirci voi.

Ummagumma nacque all’inizio del 1969, quando i Floyd entrarono agli EMI Studios di Abbey Road  per dare un seguito a More o, forse meglio, a Saucerful Of Secrets, visto che la colonna sonora era stata concepita (e sempre sarebbe stata considerata anche dai fan) un progetto extra. Se può interessare, in quei giorni anche i Beatles frequentavano gli stessi studi, impegnati a  dare forma all’utopia di Get Back. Probabilmente tirava vento storto, perché nessuno di quei progetti filò liscio. I Beatles si persero in un labirinto di nastri e scazzi personali, scoprendo di avere imboccato il viale del tramonto, mentre i Floyd accertarono presto che non avevano una comune visione del nuovo LP: chi voleva un album di seria contemporanea, chi preferiva insistere sulle canzoni psico, chi sognava viaggi interplanetari nel cosmo del free jazz. Così ebbe gioco facile la proposta di Rick Wright, che suggerì di spartirsi l’album una facciata a testa, e che poi ognuno facesse come credev

Una mossa saggia o forse solo disperata, come Gilmour ha avuto modo di far notare: “Non avevo mai composto niente di mio e non sapevo assolutamente come fare. Andai in studio e provai qualche pezzettino così, poi li incollai insieme.” Quel che ne venne, The Narrow Way, ha in effetti l’aria di un estemporaneo collage, come d’altronde anche The Grand Vizier’s Garden Party, il pezzo di Mason; che non si arrovellò troppo, lavorò molto più rapidamente dei compagni e licenziò un saggetto più interessante che pretenzioso di avanguardia very Sixties, con il flautino fatato di sua moglie Lindy. Rick Wright era animato dal sacro fuoco della musica colta e disegnò un paesaggio più solenne, quello di Sysyphus, che apriva la prima facciata; seguito dai due pezzi di Waters, Grantchester Meadows e Several Species Of Small Furry Animals Gathered Together In A Cave And Grooving With A Pict. Waters in quei giorni non era ancora il tiranno della band ma presto avrebbe assunto i pieni poteri, se non altro per forza di carattere e produttività. Il tempo per gli altri di vagheggiare qualcosa e lui se n’era già uscito con una, due, tre canzoni. In quei mesi si inventò Embryo, proposta dal vivo ma scartata dall’album perché era un’esecuzione di gruppo, e i due giochi che offrì a Ummagumma, uno più originale dell’altro.

Grantchester Meadows chiamava per nome il suo posto delle fragole, la distesa di prati verdi che si snoda lungo il fiume Cam da Cambridge al villaggio di Grantchester; lì aveva trascorso con gli amici ore liete nei suoi anni più giovani e quello cercava di rievocare, uccellini compresi, arpeggiando morbidi accordi di chitarra e cantando mellifluo come un cuginetto di Donovan. Era una confessione spudorata e, forse temendo di essersi esposto troppo, il burbero Roger incollò un finale umoristico, registrando l’inseguimento e l’uccisione a colpi di giornale di una fastidiosa zanzara. I rumori eccitavano la curiosità del giovane Waters, molto più aperto e spiritoso che non da grande, e il secondo brano era appunto un esperimento di “musica concreta”, come allora si diceva: una colata di voci battiti di mani suoni domestici nastri accelerati – con un impagabile finale in cui Roger sproloquiava con accento smaccatamente scozzese

Un geniale pasticcio, sono il primo a dirlo, che  in quei giorni di avventurose scoperte fu comunque una benedizione: un dito che per quanto stortignaccolo e spellato indicava una favolosa luna di esperimenti e absolutely free. Commercialmente non stava in piedi e allora gli misero una stampella live di quattro brani, non concepita troppo bene eppure straordinariamente efficace; perché è vero che tre pezzi erano già editi ma non in quella forma, così lunga così onirica, a promettere viaggi incantati negli spettacoli dal vivo che solo i fortunati del Nord Europa fino a quel momento avevano potuto godersi. E poi c’era un inedito che valeva per dieci, Careful With That Axe, Eugene, con la semplice esplosiva formula di una spasmodica preparazione fino a un urlo catartico, e poi la tempesta perfetta dei suoni– il rock aveva aperto il vaso di Eolo, niente sarebbe stato più come prima nell’odissea della musica nuova.

Il live avrebbe potuto essere meglio, molto meglio. La qualità delle registrazioni non è eccezionale e c’è una sutura tra nastri diversi che si nota e dà fastidio. Ma soprattutto grida vendetta la scelta di testimoniare quegli show convenzionali (si fa per dire) e non gli esperimenti più audaci condotti nello stesso periodo; specie il 14 aprile, quando alla Royal Festival Hall i Floyd presentarono due lunghe suites, The Man e The Journey, dov’erano cuciti brani originali e rielaborazioni di vecchio materiale in una sorta di rock opera con effetti speciali e coreografie. Ma Waters e i suoi procedevano cauti, circospetti, e preferirono il repertorio più collaudato a quella “furious madness” dai contorni incerti (che, per inciso, finì presto nel nulla).

Così Ummagumma uscì come sappiamo, meravigliosamente imperfetto, un formidabile 50% di quel che avrebbe potuto essere, abbastanza comunque da contaminare le giovani menti impressionabili che vi vennero a contatto. Il titolo recuperava un’espressione slang degli universitari di Cambridge per indicare il Ginsbourgiano va et viens entre tes reins (o bunga bunga, nello squallido gergo dei nostri giorni) e cadde a modino  ad alimentare il mito Floyd presso gli esoterici rock del tempo; così come la copertina di Storm Thorgerson, con una serie di intriganti giochi di specchi disposti con cura minuziosa (se andate sul blog di (infor)matematica giocosa di Paolo Alessandrini, “Mr. Palomar”, troverete una stimolante disamina di quel lavoro di Pink Storm).

Qualcuno uscì dalla sua stanzetta che era già primavera 1970, dopo mesi di studi e ipnosi tra cover sleeve, retro, interno e vinile, rivelando un prezioso segreto: non era infinito il pozzo degli specchi di Ummagumma, in fondo in fondo alla front sleeve il cervellotico Thorgerson aveva messo un muro e, sopra, la copertina di A Saucerful Of Secrets.

di Riccardo Bertoncelli

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