Il rock "miete vittime" non non soltanto tra chi lo fa ma anche chi, più modestamente, si limita a seguirlo da sotto il palco. La lista degli episodi che hanno macchiato la reputazione del genere è altrettanto lunga e sanguinosa del rosario dei martiri con chitarra, e va dal concerto degli Stones ad Altamont nel ’69 al fango killer di Roskilde nel 2000, per finire (almeno fino ad ora) con la scomparsa di Scott Johnson, tecnico per i Radiohead. Di chi è la colpa?
Di rock si muore. E questa, direte, non è una gran notizia. Potremmo correggere il tiro, dicendo che talvolta a morirne è non soltanto chi lo fa ma anche chi, più modestamente, si limita ad ascoltarlo o a lavorare dietro le quinte, ma finiremmo ancora con un nulla di nuovo. Perché la lista degli episodi che hanno macchiato la reputazione del genere è altrettanto lunga e sanguinosa del rosario dei martiri con chitarra: dal concerto degli Stones ad Altamont nel ’69 al fango killer di Roskilde nel 2000, per finire con la scomparsa di Scott Johnson, tecnico per la batteria dei Radiohead rimasto ucciso dal crollo del palco su cui la band avrebbe dovuto esibirsi a Toronto, lo scorso 16 giugno.
Un bollettino di guerra lungo mezzo secolo in cui i caduti non si contano. Anche se qualcuno ci prova seriamente. Sul portale dedicato agli eventi live e alla vita notturna Matador Network, ad esempio, hanno pensato bene di sostituire il banale ordine cronologico con una macabra graduatoria di mortalità, dove le già citate Altamont e Roskilde si trovano appaiate rispettivamente al nono e ottavo posto, con “sole” 4 e 9 vittime. Poca cosa rispetto al terribile record del primo in classifica, il gruppo di tali Callerejos che a Buenos Aires il 30 dicembre 2004 vedevano un incendio togliere la vita a 194 persone.
Litri d’acqua portati al mulino dei detrattori della “musica del demonio”, che sui pericoli, fisici e morali, dell’assistere ai concerti pop hanno pontificato, sia pure in forme diverse, dalla prima esibizione di Elvis Presley in avanti. Non proprio tutto, però, può essere messa in conto alla fedina penale del solo rock’n’roll: è tristemente famoso la tragedia della Love Parade a Duisburg, nel 2010. Come in Danimarca dieci anni prima, un’altra unione di discutibili condizioni di sicurezza e terreno cedevole finiva con l’essere fatale a ben 24 avventori. Con una grossa differenza: qui, infatti, non c’erano dei traumatizzati Pearl Jam, o chi per loro, ad osservare dal palco. Il fatto che si trattasse di un rave party (anche se adeguatamente autorizzato) allarga il problema ad altre categorie, dove forse c’entra meno il tipo di musica e molto di più la logistica. Non a caso, per prime finiscono nei guai le autorità locali e chi ha dato il benestare per l’organizzazione. Considerazioni che non hanno frenato le nostre autorità, nella persona dell’allora Sottosegretario alla Famiglia Carlo Giovanardi, dall’affermare che la strage di Duisburg era stata “causata dalla droga”, invitando poi ai dovuti distinguo tra il pubblico stordito dalle sostanze stupefacenti e dalla musica techno e quello di “manifestazioni come il Giubileo”.
Il pregiudizio “maledettista” è duro a morire e non di rado diviene un paravento mediatico per problematiche di altra natura. Di certo non aiutano coincidenze sfortunate come il ritrovamento del corpo del 22enne Chris Brahney finito il passato 29 giugno nel Manchester Ship Canal dopo il concerto di Primal Scream e Stone Roses. Gli stessi musicisti inglesi, nei giorni precedenti, avevano aiutato e sollecitato i fan a contribuire alle ricerche, subito superati a destra dai Metallica: dopo essere stato protagonista, suo malgrado, di un caso drammaticamente simile nel 2009 (la scomparsa e poi l’uccisione del giovane Morgan Herrington in seguito a un loro show a Charlottesville) il quartetto di San Francisco ha voluto scansare ogni stereotipo da ”metal che uccide” e addirittura ha preso parte alla caccia all’uomo sospettato dell’omicidio. In un video in rete propagandato anche dall’FBI il cantante James Hetfield invita il suo pubblico a fornire dettagli per le investigazioni, arrivando a mettere una taglia aggiunta di 50.000 dollari sulla testa del ricercato, in pieno stile “mezzogiorno di fuoco”.
Ma puntare il dito diventa affare (ancora) più difficile quando a morire è qualcuno che dietro alla musica ci lavora: quel che è accaduto al gruppo di Thom Yorke, era già capitato due volte quest’anno, solo in Italia, prima dei concerti di Jovanotti e Laura Pausini costati la vita di altri due giovani operai. Facile prevedere la tempesta sui giornali, tesa a rinverdire la questione della (mancata) “sicurezza sul lavoro” in senso lato. A posteriori, qualcuno accusa il gigantismo di certi allestimenti come possibile complice dei disastri: si accendono le luci dei riflettori sul dietro le quinte e un’enorme squadra di lavoratori, chissà quanti in regola, chissà quanti assicurati come si deve. Diego Spagnoli, organizzatore, spiega a Repubblica che quella in atto è una “specie di gara muscolare a chi sfoggia il palco più grosso, per investire più denaro sulla struttura e gli impianti succede che nelle produzioni si risparmia sulla manodopera. Risultato: molti professionisti seri vengono lasciati a casa, sostituiti con gente non sempre esattamente qualificata(…). Un tempo tutto girava intorno alla musica, oggi ruota tutto intorno all’allestimento”.
Sarà. Ma quando non si tratta dell’Italia nè di lavori condotti “all’italiana”? Quando l’incidente colpisce una realtà abituata a girare per il pianeta, come quella che sta dietro i Radiohead, che nella società che organizza i tour (la Ticker Tape Touring, ora al banco degli imputati) ci mettono pure la responsabilità legale? A chi tocca sedere al banco degli imputati, allora? Raccogliamo la riflessione di uno che di spettacoli coreograficamente “onerosi” se ne intende: Wayne Coyne dei Flaming Lips, di scena proprio a Toronto la sera stessa in cui il concerto dei colleghi oxfordiani è saltato per cordoglio a Scott Johnson. “Penso che funzioni un po’ come con gli incidenti aerei: all’aeroporto ci sono voli che vanno e vengono continuamente, per tutto il giorno, puoi vedere con i tuoi occhi che la cosa funziona. Eppure ogni tanto gli incidenti capitano. Posso garantirti che, tra tutte le band in giro per il mondo, i Radiohead sanno esattamente quello che fanno: ma anche quando sei al massimo della consapevolezza, non puoi prevedere se qualche cosa andrà storto. La gente ama i concerti e più ce ne sono, più aumenteranno le possibilità di incidenti. Una parte di rischio c’è sempre. Non credo si tratti di una grande percentuale, ma un po’ di rischio c’è. E' inevitabile.”
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