Intervista ai Low

In occasione del live milanese abbiamo incontrato Alan Sparhawk e Mimi Parker

Sono stati tre le più attese conferme dell’anno passato. C’mon ha messo in evidenza una band sempre più matura e consapevole dei propri mezzi, anche quando si tratta di sciogliere e rendere più ariose le proprie trame sonore. Abbiamo parlato con i Low in occasione del loro concerto milanese di novembre: Alan Sparhawk e sua moglie Mimi Parker, l’anima della band, sono cordiali e disponibili anche se hanno l’aria stanca (ma faranno comunque un grande show). Parlano esattamente come suonano, in maniera pacata ma profonda.


Il nuovo album arriva a 4 anni da Drums and Guns. Alan è stato impegnato di recente con i Retribution Gospel Choir. Che cosa significa ritornare ai Low e quali sono le differenze in termini di esperienza e di approccio musicale?
Alan (risponde lui, tranne dove indicato) È una cosa naturale, non mi viene da pensarci più di tanto, e dipende dalle persone con cui lavori. Con Mimi è normale che la musica prenda un certo tono, siamo insieme da tanto e siamo abituati a suonare insieme. Con altre persone le dinamiche cambiano. Dopo Drums and Guns pensavamo a qualcosa di più intimo, senza tutto quel rumore e quella dissonanza. Anche se è trascorso molto tempo tra un disco e l’altro, sapevamo che, qualunque cosa sarebbe successa nel frattempo e che ci avrebbe influenzato, avremmo comunque fatto qualcosa di diverso.

I Retribution Gospel Choir possono aver portato qualcosa di nuovo anche nei Low? Steve Garrington adesso suona il basso in entrambe le band e in tutti e due i dischi hai lavorato con lo stesso produttore, Matt Beckley.
Steve è un bravissimo bassista e lavora benissimo con le due band. Mi sono trovato molto bene con Matt Beckley per disco dei Retribution Gospel Choir, il suo metodo e il suo modo di comunicare erano adatti anche ai Low. Con i Retribution Gospel Choir mi sono spinto molto oltre i miei confini dal punto di vista tecnico nel suonare la chitarra, anche in termini di dinamica, il risultato è stato molto più rilassato e naturale. Con C’mon il processo è stato molto più confuso e frustrante ma alla fine, sì qualcosa del progetto ha influenzato anche il disco dei Low.

Questo disco riassume un po’ tutti gli aspetti del vostro stile. Perché avete scelto proprio il titolo C’mon?
Si tratta dell’ultimo verso della prima canzone, Try to Sleep. Mi piace quella frase, è un buon esempio di slang americano: può essere un modo di spronare qualcuno ma anche un incoraggiamento verso una persona a cui si è vicini.

Per quell’arpeggio particolare che cosa avete usato? Sembra quasi uno xilofono.
È una tastiera e ci sono delle campane tubolari.

Alan, il testo di Witches accenna a un tuo ricordo d’infanzia: pensavi che in camera tua ci fossero le streghe e tuo padre ti invitò ad affrontarle con una mazza da baseball. Non trovi che sia quasi una metafora del fare musica, affrontare i propri demoni interiori con una chitarra, invece che con una mazza?
[Ridono]. Non saprei. Ho riportato letteralmente un episodio che ricordo della mia infanzia. Nel testo guardo più che altro ai due aspetti dell’essere figlio e poi dell’essere padre. Non cercavo un messaggio in particolare.

Pensando ai Sacred Heart Studios (un’ex chiesa sconsacrata) dove avete registrato anche quest’ultimo disco viene da immaginarli come il luogo ideale per la vostra musica. Siete dello stesso parere?
Alan. Dipende da quello che facciamo. Aggiunge un riverbero particolare alla musica lenta, una sensazione di spazio, a volte suoniamo in luoghi simili e possono sì essere l’ideale, ma non è una regola, abbiamo inciso Drums and Guns in uno spazio molto più chiuso e in passato abbiamo registrato praticamente ovunque.
Mimi. È anche una soluzione comoda perché a Duluth, vicino a dove abitiamo, possiamo lavorare in studio e tornare a casa. Questo è un bene per noi, anche se non è detto che useremo sempre lo stesso studio.
Alan. In ogni caso il luogo dove si incide un disco è importante, e conoscere bene uno studio di registrazione è senza dubbio un vantaggio.

Avete lavorato in passato con produttori diversi e importanti (Kramer, Steve Albini, Tchad Blake, Dave Fridmann). Pensate che ciò abbia avuto un impatto positivo sulla vostra musica e vi abbia aiutati a sviluppare un vostro stile?
A. Sì, ci è sempre piaciuto lavorare con persone che avessero un loro sound per vedere il risultato. Può dare molta ispirazione, spesso è quasi necessario, è un fattore che ti aiuta a creare qualcosa di inaspettato. A volte la cosa migliore è lasciarli fare, confidando che ti portino dove tu vuoi andare.

Nelle vecchie interviste sostenevate di odiare il termine slowcore con cui molti vi avevano etichettato agli inizi. È ancora così?
Alan. No, non posso dire di odiarlo, è solo una definizione dei giornalisti. Ogni band sa che la propria musica contiene molto più di quello che si può riassumere in una parola o due. Ogni volta che sento dire slowcore mi sembra una cosa buffa.
Mimi. Non credo neppure che sia la giusta descrizione per la nostra musica. Forse lo era agli inizi.
Alan. Si suonavamo musica scura, lenta. Tutto sommato è ok, quando si leggono i giornali è comprensibile che si cerchino sempre le definizioni: questo è heavy metal, quest’altro…

Quando avete iniziato negli anni ’90 lo stile preferito dal rock indipendente era soprattutto rumoroso e distorto. Suonare musica così minimale, quieta e quasi statica è stato un modo di andare controcorrente o avete solo seguito la vostra ispirazione?
È stato un insieme delle due cose. Quando abbiamo iniziato volevamo essere originali, fare qualcosa di estremo ma in maniera differente, una sfida. Pian piano ci siamo convinti di quello che stavamo facendo e poi abbiamo cercato portare dalla nostra parte le persone che non sembravano interessate alla nostra musica. È stata la parte più divertente della sfida.

Siete un gruppo ma anche marito e moglie e avete una famiglia. Adesso che i vostri figli crescono trovate più difficile conciliare la carriera musicale con i vostri impegni di genitori?
Sì, è un po’ più dura, dobbiamo avere cura dei nostri figli e stabilire un programma per loro. Devono andare a scuola, non possiamo portarli in tour con noi, e non credo sia possibile tenere separati i due aspetti.

Robert Plant ha suonato due vostre canzoni. Che effetto vi ha fatto?
Eccitante. È stata una grande sorpresa. Siamo suoi fan e lui è un grandissimo cantante.

Che cosa vi rende più orgogliosi dopo vent’anni di carriera?
Alan. Continuare a fare tournée e vedere le persone che ci seguono ancora, pensando a molte band che hanno successo soltanto per un paio d’anni.
Mimi. Sono soprattutto i nostri concerti, non sono identici ai dischi ma sono intimi, personali. Ci piace come riusciamo a rendere la nostra musica dal vivo, a toccare le persone che ci vengono a vedere, a interagire con loro.

di Tommaso Iannini

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