Medea

La tragedia euripidea, rappresentata nel 431 a.C., è l’antica fonte a cui attinsero le numerose versioni posteriori del mito di Medea, tra le quali quelle di Seneca e, in età moderna, di Corneille (1639) e di Niccolini (1810-1814). Numerose furono le opere che vi si ispirarono, anche in epoca romantica; di poco anteriore quella del Selli (1839), mentre in seguito la tragedia venne musicata ancora da Giuseppe Saverio Mercadante ( Medea , Napoli 1851), Vincenzo Tommasini ( Medea , Trieste 1906) e Bastide (1911). La versione librettistica di Castiglia si richiama, con qualche variante, a quella che Hoffmann elaborò per Cherubini ( Médée, Parigi 1797), a sua volta debitrice della tragedia di Corneille, principale fonte per le versioni operistiche dei secoli XVII, XVIII e XIX.

Medea, sotto le mentite spoglie di Creusa, è esiliata a Corinto con Giasone che, solo, conosce la sua vera identità. Creonte prepara le nozze della figlia Glauce con Giasone, una volta che questi sia sciolto dal precedente matrimonio. Medea è all’oscuro di tutto, ma subodora il tradimento di Giasone. Si reca allora da Creonte che, ignaro della sua vera identità, la informa dell’imminente matrimonio col quale Giasone salverà dall’infamia i figli; ella invano gli prefigura una possibile vendetta della maga. Quando Calcante e gli altri sacerdoti del tempio di Giove si apprestano ad annullare l’unione tra Giasone e Medea, la maga, infuriata, interrompe la cerimonia, rivela la sua vera identità e reclama i figli minacciando vendetta. Creonte, incurante, fa concludere il rito e decreta l’esilio della maga. Arriva il giorno delle nozze e Medea si ripresenta a corte; pur di restare con Giasone gli si offre come schiava, ma viene respinta; reclama allora nuovamente i figli ma senza esito alcuno. Creonte le concede soltanto di rivederli una volta, prima di partire per l’esilio. Durante la cerimonia nuziale i foschi presagi di Calcante si avverano: tra i dolci suoni del tempio, Medea irrompe furibonda, brandendo un pugnale; uccide i figli, fugge e si suicida.

Nelle sue Memorie Pacini ci ha lasciato testimonianza di quanto questo mito l’avesse colpito, dei contrastanti sentimenti suscitati in lui dalla figura di Medea, dei dubbi che affiorarono nel mettere in musica un soggetto già utilizzato con successo da Cherubini, Mayr e altri «grandi geni». Dopo lo sconcerto della prima rappresentazione, l’opera fu acclamata come il suo migliore lavoro. Sebbene il compositore abbandoni parte delle innovazioni introdotte in Saffo (1840), l’opera contiene molti momenti di grande intensità: il duetto di Medea e Giasone "Odi sola in preda" (primo atto), il concertato finale dell’atto secondo e il rondò di Medea "Ah dolci nel seno" (finale terzo, nella versione per Vicenza: Teatro Eretenio, 1845).

La scheda:

Titolo originale: Medea

Tipo: Melodramma tragico in tre atti
Soggetto: libretto di Benedetto Castiglia
Prima: Palermo, Teatro Carolino, 28 novembre 1842
Cast: Medea (S); Giasone, suo sposo (T); Creonte, re di Corinto (B); Glauce, sua figlia (S); Calcante, sacerdote (B); Cassandra, sacerdotessa (S), Licisca, serva di Medea (S); sacerdoti, popolo, Cureti
Autore: Giovanni Pacini (1796-1867)

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