Haute Couture is not dead!

Una breve storia non troppo romanzata delle ultime sfilate dell’Alta Moda a Parigi

Da sinistra: Armani Privè, Valentino, Versace Atelier e Givenchy

Parigi , 27/01/2012 -


La Chambre Syndicale de la Haute Couture esiste ufficialmente dal 1868 ma Napoleone stesso nominò un ministro per l’haute couture nel 1804, appena dopo essere diventato imperatore.
La Chambre detta da sempre le regole ferree per potersi definire una maison de couture ed entrare a fare parte del calendario ufficiale parigino delle sfilate, una delle quali è avere un atelier con non meno di venti lavoranti assunte.
Il problema è che mentre nel 1946 c’erano 106 maison d’alta moda oggi ne sono rimaste venticinque, guest stranieri compresi. Per la precisione: Adeline Andrè, Anne Valerie Hash, Atelier Gustavolins, Christophe Josse, Franck Sorbier, Jean Paul Gaultier, Maurizio Galante, Stèphane Rolland,  Azzedine Alaia, Martin Margiela, Valentino, Elie Saab, Alexandre Vauthier, Iris Van harpen, Julien Fournié, Maxime Simoens, Yiqing Yin, Alexis Mabille, Bouchra Jarrar, Chanel, Christian Dior, Giambattista Valli, Giorgio Armani, Givenchy e Versace.
E’ lecito quindi chiedersi perché esista ancora una cosa che si chiama alta moda che produce abiti su misura che vanno dai 5.000  ai 50.000 Euro e che ha appena concluso la sua settimana di gloria a Parigi.
In realtà c’è una ragione diversa per ognuno dei brand che ha appena sfilato.
Vediamone alcune.

Giorgio Armani, pur avendo un core business molto centrato sul daywear, sfila con la collezione Privè per catturare celebrities hollywoodiane ma anche una clientela da red carpet internazionale, da Tbilisi a Dallas. Armani è la rappresentazione più chiara di come l’evening wear, pur non contando praticamente niente in termini economici, sia fondamentale per comunicare il brand e soprattutto per associare al brand il concetto di lusso esclusivo che poi, volontariamente o no, porta a vendere più jeans.
E’ indubbio che le energie spese sulla collezione Privè rappresentino l’eccellenza creativa e produttiva dell’atelier Armani, ma è anche vero che guardando la collezione che ha appena sfilato a Parigi difficilmente si trova l‘eleganza ascetica per cui il designer è famoso, mentre alcune uscite potrebbero essere scambiate per la sfilata di fine corso di uno studente della St. Martins.

Christian Dior, essendo storicamente una delle maison più vicine all’idea di alta moda, non ha mai abbandonato il fronte della couture e durante l’era Galliano lo ha fatto diventare un momento di show spettacolare, incredibilmente creativo ed emozionalmente coinvolgente.
Dior, che ha ancora oggi una clientela fidata di miliardarie sessantenni panasiatiche che ordinano vestiti da sera su misura o vestiti da sposa per le figlie, continua per il momento ad andare avanti senza aver trovato un vero sostituto a John Galliano, dopo che anche Raf Simons ha dato forfait.
Sull’exploit di Bill Gayten per la prossima estate non c’è molto da dire se non che ha l’aria di un compitino svolto con grande applicazione ma con poco talento creativo.

Donatella Versace è tornata a presentare una collezione di alta moda a Parigi dopo una prolungata assenza che risale al 2004. Tornare su un palcoscenico così prestigioso è innanzitutto una dimostrazione di forza della maison che negli ultimi tempi sembra aver ritrovato il vigore mediatico e commerciale che si merita, anche attraverso l’ottimo lavoro dell’amministratore delegato Gian Giacomo Ferraris che ha riportato i conti in attivo.
La collezione in sé è Donatella allo stato puro. Uno stato che forse a volte andrebbe diluito dalle mani sapienti di un vero designer.

Riccardo Tisci, con Givenchy, è secondo tutti il vero angelo della couture contemporanea. Il suo lavoro per le collezioni di alta moda della storica maison francese sono ogni stagione più intense, più attentamente costruite, più emozionanti. Se qualcuno pensa che un atelier di alta moda pieno di raffinatissime professioniste del taglio e cucito dovrebbe essere usato innanzitutto per innovare, dia un occhio da vicino al modo in cui Tisci fa tagliare le scaglie di coccodrillo una per una, per essere ricucite su un finissimo tulle a formare una morbidissima corazza da sera. Faccia anche attenzione a come il mondo dello sportswear entri nella sua visione geniale e impregni di polvere della strada i suoi abiti. Il pallone da pallacanestro non è lì per caso.

Il dinamico duo Maria Grazia Chiuri e Pier Paolo Piccioli hanno trovato in Valentino un modo per raccontare malinconiche storie passate di cui ognuno di noi ha segretamente bisogno. Per loro presentare una collezione non vuol dire fare uno statement di tendenza, ma catturare un frammento della storia infinita del brand ed espanderlo, come fosse sotto una lente di ingrandimento. Questa collezione di alta moda in particolare ha un grado di sincerità narrativa rispetto al passato della maison che è emozionante. Di ogni singolo abito si può dire di averlo visto centinaia di volte eppure di sentire la necessità prepotente di rivederlo ancora una volta, lì, in quel momento, presentato da loro. I più bravi.


(Andrea Batilla)

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