Pietra di pazienza

Una donna sola che accudisce il marito in coma in una terra tormentata dalla guerra che, con i suoi cupi rimbombi di cannoni, sottofondo costante e terrificante, violenta le anime ed i corpi dei suoi stessi figli; una figura invisibile, coperta da capo a piedi al di fuori delle mura domestiche, che, attraverso la parola e la fisicità, riscopre se stessa e il suo potere di decidere per se e per il proprio corpo in un mondo tutto e solo maschile grazie all’aiuto di una guida eterodossa, la zia prostituta.

Un film su e per le donne che riesce a farsi linguaggio universale e parlare a tutti grazie ad una recitazione essenziale, quasi scarnificata.

Il regista Atiq Rahimi con le sue inquadrature mai statiche e l’uso ripetuto del piano sequenza pudicamente ci accompagna, testimone silenzioso, pietra paziente anche lui, riuscendo a rendere fisico e quasi a farci toccare il dolore scolpito nel volto, nel racconto e nelle domande senza risposta che la protagonista, una straordinaria Golshifteh Farahani, può finalmente rivolgere al corpo inerte ed inerme del marito-padrone.

Fondamentale il lavoro di sceneggiatura che Jean Claude Carriere e lo stesso regista, autore del libro Pietra di pazienza da cui il film è tratto, hanno elaborato, prosciugando le parole e rendendole dense di significato, vere e proprie pietre scagliate contro un universo tutto volto ad annullare la personalità dei singoli, non solo donne, basti pensare alla figura del soldato – amante, per renderla conforme al solo ed unico modello riconosciuto.

Un’opera da vedere e rivedere per assaporarne i vari piani linguistici e tematici, che ci mette tutti di fronte alle nostre scelte e ci costringe, con la forza delle parole, ad una profonda riflessione su un mondo, su una condizione della donna e della vita in generale apparentemente lontana da noi, ma che ci tocca tutti da vicino in quanto appartenenti al genere umano.

 

 


(Francescomaria Salerno)

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