Venti Anni

Ci sono voluti vent’anni perché il mondo si accorgesse che il capitalismo non aveva vinto con merito, ma aveva approfittato dello sgretolamento altrui per imporsi come unico sistema. Il crollo del muro di Berlino (e del comunismo) nel 1989 ha avviato un processo che nel 2008 è terminato con il fallimento della Lehman Brothers (e del capitalismo). Secondo Giovanna Gagliardo il modo migliore per raccontare un fatto storico è quello di coinvolgere la vita privata di due comuni cittadini che casualmente sono stati toccati da entrambi gli accadimenti. Da qui nasce Venti Anni, film diretto da Gagliardo e distribuito da BIM.

Giulio (Enrico Ianniello)e Marta (Lea Gramsdorff) sono due precari quarantenni, che sbarcano il lunario grazie a lavori occasionali. Lui è stato appena licenziato da Lehman Brothers e lei ha perso il posto in una casa editrice di New York. Nel 1989 entrambi parteciparono alla caduta del muro nella capitale tedesca, festeggiando la fine di un’epoca fatta di tensioni. Dopo aver assistito alla docu-fiction che racconta la vita dei protagonisti, si alternano sullo schermo alcune figure illustri che danno la chiave di lettura degli ultimi anni in occidente (da Guido Rossi a Ernesto Galli della Loggia).

Riconosciuto di interesse culturale dal Ministero, Venti Anni è un polpettone che dispensa banalità a raffica. Lui è stato un giovane yuppie negli anni ’80 (con tanto di modella al seguito) e lei una ex-cittadina della DDR che traduceva le poesie proibite con gli amici dissidenti. L’artificialità della narrazione è ai limiti dell’insopportabile e gli attori si rivolgono direttamente alla cinepresa con un tono da video di educazione sessuale. Per sapere cosa sia accaduto nell’ultimo periodo è meglio aspettare una puntata de La storia siamo noi. Le interviste finali sono un modo curioso di concludere una pellicola pronta per essere dimenticata.

Siamo in mano al cinema fiction che impera indisturbato in televisione e crea una società non più in grado di analizzare ciò che la circonda. Certe volte è meglio affidarsi allo stereotipo per sentirsi più sicuri e il film ne è l’esempio lampante. Dalla caduta del muro ci sono voluti ottanta minuti per capire che il cinema italiano e il capitalismo sono entrambi agonizzanti. Grazie Berlino.

 


(Andrea Pesoli)

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