Cuba al cinema, tra stereotipi e splendide storie

Nessun paese è ancora riuscito ad attirare il mondo del cinema come Cuba. La sua splendida capitale L’Havana è una vero e proprio set a cielo aperto, sotto ogni punto di vista: dalla bellezza ed espressività degli abitanti  fino alla luce abbagliante e nitida che avvolge ogni via ed edificio

Nessun paese è ancora riuscito ad attirare il mondo del cinema come Cuba. La sua splendida capitale L’Havana è una vero e proprio set a cielo aperto, sotto ogni punto di vista: dalla bellezza ed espressività degli abitanti  fino alla luce abbagliante e nitida che avvolge ogni via ed edificio. L’ultimo film ad essersi invaghito delle sue meraviglie, in rigoroso ordine d’arrivo, è 7 giorni all'Havana, in cui sette diversi registi scelgono di raccontare una giornata ciascuno attraverso lo sguardo innamorato della macchina da presa.

Un allegro e vitale esperimento tra le strade dell’Havana in cui si mescolano in armonia cliché da tour operator (le donne spigliate e molto facili, la musica a ogni ora del giorno, il rum a fiumi) e originali  spaccati di vita, cercando di raccontare l’anima di un popolo vitale e sanguigno anche davanti alla difficile povertà che mangia ogni speranza. Protagonista assoluta è la musica: straripante, malinconica e accogliente, scandisce il ritmo dei corpi e dei desideri e aiuta a prendere con solare filosofia le tante difficoltà quotidiane di un paese più sognato che reale. Se il ritratto di Gaspar Noè (Enter the Void) appare banale nella sua apparente trasgressione,l’episodio più apprezzabile è senza dubbio quello del regista e attore Elia Suleiman (premio della giuria a Cannes 2012 per Intervento divino)  di un’ironia sottile, raffinatissima e impietosa verso il mito di Castro e della rivoluzione di Cuba sventurata, vittima della propria bellezza e, soprattutto, di stereotipi ideologici stantii e oramai logori come la barba del comandante Fidel.

Proprio grazie all’immaginario cinematografico si riesce a scoprire lo splendore, i lati oscuri e la storia complessa di un popolo che ha sempre vissuto tra mito e ristrettezze, tra turismo e autocrazia. Sono pellicole variegate, alcune incapaci di  andare oltre i luoghi comuni di un turista in bermuda, a caccia di belle ragazze, sigari e rum, (l’italiano Faccio un salto all’Havana ne è un triste esempio), altre che spingono l’acceleratore sulla sensualità e romanticismo hollywoodiano, come il  patinato e ben diretto Havana di Sidney Pollack(1990) che dirige un Robert Redford avventuriero e innamorato. Wim Wenders, ha invece scelto di mostrare l' anima musicale più profonda attraverso il racconto di un gruppo di musicisti e un locale leggendario: il Buena Vista Social Club Altri ancora si sono soffermati sulla storia politica affrontando il sogno della rivoluzione e quella repressione dittatoriale che ha giocato con le fragili sorti di un popolo alla perenne ricerca di un equilibrio. Il documentario di Oliver Stone Comandante (2003) è una lunga intervista a Fidel Castro che parla di sé tra desiderio di grandezza e contraddizioni, mentre I Diari della motocicletta (Walter Salles,2003) attraverso gli occhi romanzati di un giovane Che Guevara raccontano di sogni e desiderio di cambiare il mondo.

L’altra faccia di Cuba non è però affaire  per tour operators: tre registi, in particolar modo, si sono accostati con intelligenza e profondità ai chiaroscuri di una nazione per raccontare soprattutto i sentimenti degli abitanti più comuni, non solo di simboli ammuffiti e perdute utopie. In Fragole e cioccolato, Orso d’argento nel 1994,Tomás Gutiérrez Alea e Juan Carlos Tabio descrivono un’amicizia intensa tra un giovane contadino e un intellettuale alla fine degli anni ’70, sentimento inconciliabile sotto il regime castrista e la repressione di tutto ciò che è diverso. Prima che sia notte (di Julian Schnabel, 2000)  tratto dalla biografia del poeta cubano e romanziere Reinaldo Arenas, è la speranza in immagini del cambiamento prima della rivoluzione, l’impossibilità ad esprimersi della poesia e dell’amore sotto ogni forma di dittatura sia morale e politica: una morsa crudele che soffoca le inclinazioni sessuali e la necessità di vivere in prima persona le proprie scelte.Xavier Bardem interpreta magistralmente il coraggio di un uomo diventato simbolo di libertà che, attraverso la sua arte, ha lottato per i propri diritti, morendo in esilio a New York, nel 1990, lontano dalla terra che più ha amato e che più l’ha odiato.

Questa è Cuba: un paese che, ne siamo certi, ha ancora molto, molto da raccontare, anche attraverso la voce del cinema.



 


((Silvia Levanti))

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