Una gradevole commedia in costume che mette tanta carne al fuoco... dimenticando di cuocerla tutta
Quell’oscuro oggetto del desiderio (femminile). Una pellicola sulla nascita del vibratore, nella puritana Inghilterra di fine XIX secolo, ancora mancava e Tanya Wexler (Finding North) colma questo vuoto con una storia che ha avuto bisogno di sette anni e la ricerca di diversi produttori per vedere la luce. Presentato al Festival di Roma, e girato tra Londra e il Lussemburgo, Hysteria racconta di un giovane medico (Mortimer Granville/Hugh Dancy) che, casualmente, inventa il celebre oggetto, rendendolo, da strumento medico a fedele, e ancora oggi spesso negato, compagno di molte donne.
Il milieu della commedia della Wexler è l’Inghilterra vittoriana nella quale convivono, in un passaggio di consegne, un’ancora marcata pruderie e le aspirazioni delle suffragette, i dettami di una scienza medica sorpassata e gli studi alla base della medicina moderna, i lampioni a gas e le prime invenzioni elettriche. La dicotomia, nemmeno tanto nascosta, è traslata nelle figlie del dottor Robert Dalrymple (Jonathan Pryce), medico che cura l’isteria femminile – a suo dire vera piaga del secolo – con ‘metodi manuali’, pur dissociando la pratica da qualsiasi connotazione sessuale, come morale impone: il giovane Mortimer, appena licenziato, diventa assistente di Dalrymple e fa la conoscenza di Emily (beneducata, devota al padre e pronta a fare da sposa al giovane) e Charlotte, la pasionaria di famiglia che dirige una casa per poveri e, fedele agli ideali socialisti, si batte per i diritti delle ‘compagne’, facendosi beffe del volere paterno e delle sue idee sull’isteria.
Su questo tessuto la Wexler innesta la pellicola, una commedia tutto sommato innocua e con perle di umorismo british solo quando porta in scena il vibratore e i desideri repressi delle nobildonne inglesi, vittime più della repressione domestica e di mariti incapaci di soddisfarle che di quella ‘isteria’ che, nel 1952, verrà esclusa dai disturbi mentali femminili. Certo, in equilibrio sul filo del politically correct, dato che il claim (“L’eccitante invenzione del vibratore”) è giusto una sirena pubblicitaria: il focus, invero, è sull’opposizione tra spinte anticonformiste delle donne dell’epoca, sintetizzate da Charlotte, e la storia d’amore con risvolti sentimentali con Emily in scena. A render meno scontato il doppio binario, sino al finale che tutti aspettano (indovinate chi sposerà Mortimer?), la presenza di sparring partner quali la governante ninfomane e uno spassoso, ma ridondante, Rupert Everett: l’aristocratico e depravato Edmund, amico di Mortimer e appassionato di scienza, darà l’imbeccata giusta per l’invenzione che li renderà ricchi.
A scapito di equivoci, Hysteria non è un biopic, né sul dottor Granville né sul… vibratore, ma una gradevole commedia in costume che mette tanta carne al fuoco (costumi e tabù sessuali, critica alla medicina dell’epoca attraverso Mortimer) dimenticando di cuocerla tutta. Ne viene fuori un’ora e mezza leggera, senza pretese e che, se da un lato ha il merito di non puntar tutto sull’allusione e sul pruriginoso (si scandalizza ancora qualcuno, oggi?), dall’altro svela da subito il meccanismo e mai va a fondo, riducendosi a brillanti dialoghi che restituiscono però poco del complesso zeitgeist vittoriano. La modernità, il voto alle donne, l’uso casalingo (e non solo ipocritamente clinico) del vibratore sono ancora di là da venire, come quella celebre Rivoluzione: ma la compita Regina Vittoria che, infine, si fa recapitare una versione ‘regale’ dell’oggetto erotico, svela la socializzazione di un piacere che ormai valica le differenze di ceto e di tempo. O, forse, la sua versione annacquata e rassicurante per lo spettatore del 2012, che le rivoluzioni le fa solo su Twitter?
di Raffaele G. Flore
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