Non è solamente un saggio sulla violenza tra polizia e ultras, o tra polizia e manifestanti, ma è l'arguta analisi di un paese sempre più in preda all'odio
Martin Luther King diceva: “Con la violenza puoi uccidere colui che odia, ma non uccidi l'odio. La violenza aumenta l'odio e nient'altro”. Sono passati 48 anni dalla morte del pastore protestante, ma purtroppo la società sembra sprofondata in un oblio di avversione verso il prossimo. Stefano Sollima, regista all'esordio cinematografico, cerca di ritrarre questa situazione dirigendo ACAB (ispirato all'omonimo romanzo di Carlo Bonini e acronimo di All Cops Are Bastards), interpretato da Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro, Marco Giallini e Domenico Diele.
Cobra (Favino), Negro (Nigro) e Mazinga (Giallini) sono tre esperti celerini, membri del reparto “d'azione” della polizia di stato. In ogni manifestazione pubblica il loro intervento prevede l'uso della forza per sedare eventuali dimostrazioni violente. Nel gruppo entra Adriano (Diele), giovane romano in cerca di un lavoro ben retribuito, attratto dalla sensazione di potere trasmessa dalla divisa. Con la velocità di Romanzo Criminale, La serie (precedente lavoro di Sollima), gli eventi si alternano sullo schermo dipingendo un quadro abbastanza esaustivo sulle recenti vicende che hanno visto coinvolte le forze dell'ordine italiane (G8 di Genova, l'Omicidio Raciti, l'uccisione di Gabriele Sandri e gli scontri dopo la vicenda Reggiani). Non solo si vedono i discutibili metodi utilizzati da poliziotti cresciuti con il mito di Mussolini, ma si penetra anche nelle loro vite private, colme di problemi ed esplosioni di rabbia repressa da sfogare preferibilmente con il manganello.
Anche se talvolta c'è il ricorso allo stereotipo (i celerini sono fascisti e fanno rugby o i politici promettono e non mantengono), la fotografia scattata dal regista mette a fuoco realisticamente ciò che ci circonda. Non è solamente un saggio sulla violenza tra polizia e ultras, o tra polizia e manifestanti, ma è l'arguta analisi di un paese sempre più in preda all'odio verso “l'altro”. Che sia un rumeno, un tifoso avversario o un poliziotto poco importa, quello che conta è trovare un nemico su cui scaricare le nostre paure.
Il cast supporta alla grande una trama che non concede mai un momento di tregua, in particolare Favino e Nigro superano brillantemente la prova. Il finale di ACAB non lascia trapelare alcuna speranza: il blindato della polizia arriva nel piazzale antistante allo stadio Olimpico di Roma. La città è in preda alle scorribande degli ultras e le fiamme che divampano dai veicoli parcheggiati rendono l'aria irrespirabile. La violenza è l'unica soluzione. L'odio non cesserà di esistere.
di Andrea Pesoli
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