The Iron Lady

Una Meryl Streep da Oscar nel film di Phyllida Lloyd sull’arcigna signora Thatcher

The Iron Lady

Una Meryl Streep da Oscar (diciassettesima nomination quella di quest’anno, a dispetto di due sole statuette vinte finora, entrambe giurassiche – una per Kramer Vs. Kramer (1979), l’altra per La scelta di Sophie (1982) -  a riprova dello scarso feeling regnante fra la camaleontica protagonista di The Iron Lady e l’Academy) è il segno distinguibile del film di Phyllida Lloyd, ritagliato sul profilo volitivo della “signora di ferro”, Margaret Thatcher. Un marchio profondo, tanto da far meritare al film nel suo complesso un giudizio di qualità media. Media, si badi bene, non mediocre.

Malgrado un cast composto dalla crema del cinema inglese d’oggi (Roger Allam, Nicholas Farrell, Richard E. Grant, Olivia Colman, un gigioneggiante Jim Broadbent nel ruolo centrale del first husband Denis Thatcher) e una certosina cura del dettaglio – dal trucco alle scene alla fotografia -, negli annali The Iron Lady rimarrà essenzialmente per la prestazione MAIUSCOLA della 62enne attrice del New Jersey, attirata nel progetto targato Pathé dalla regista Phyllida Lloyd, ottimo curriculum teatrale, che l’aveva già diretta nella versione cinematografica del musical Mamma mia!, rivelatosi il maggior successo al botteghino di un film britannico.

Per chi, come noi, ha avuto la fortuna di assistere a un’anteprima in lingua originale – pur essendo nati a molte miglia dal river Thames – il lavoro di cesello operato dalla Streep sul personaggio, a partire dalla dizione, è parso davvero straordinario, come emozionante ma a tratti un po’ stucchevole è risultato il toccante rapporto col ricordo del marito scomparso (“sempre presente, mai di persona”, pare amasse dire di sé l’inglessissimo Mr. Thatcher). Sarebbe ora che qualche cinema (magari multisala) cominciasse a offrire sistematicamente al suo pubblico le due opzioni – versione doppiata e originale sottotitolato -.

Il film sconta nel complesso una certa meccanicità della struttura narrativa, affidando solo a inserti filmati d’epoca la ricostruzione del clima sociale e politico ribollente in cui l’astro della “lady di ferro” ascese, brillò e si spense nel giro di un abbondante decennio, quello degli Ottanta. Un impianto molto teatrale, che a seconda dei casi può essere visto come una zavorra o un pregio. Noi tendiamo a considerare questo aspetto un inciampo nell’economia dell’opera filmica.

Consapevole dei mille tranelli che una lettura “politica” di The Iron Lady avrebbe teso loro, sia Meryl Streep che la regista hanno cercato di deviare l’attenzione di pubblico e critica dalla ricostruzione storica. In effetti sarebbe riduttivo considerare il film un biopic, ma piuttosto un apologo sul potere visto con gli occhi di una donna straordinariamente determinata e volitiva, un Re Lear in tailleur turchese. Non sfuggirà tuttavia al pubblico – soprattutto al nostro – il parallelo fra la Gran Bretagna con le pezze al sedere dei tardi anni Settanta e l’Italia dei nostri “sobri” tecnici in grisaglia. Che dire? Che in fondo c’è andata ancora bene.

di Enzo Fragassi

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