L'industriale

Montaldo ha il merito di non cadere nella speranza, errore gravissimo che spesso contraddistingue film che dovrebbero fotografare la realtà

In tempo di crisi nessuno è al sicuro. Nemmeno chi dovrebbe trovarsi in una posizione privilegiata e decidere le sorti dei lavoratori. Giuliano Montaldo firma L'industriale, tentativo di descrivere le difficoltà che un capo d'azienda deve affrontare oggi, sistematicamente tra l'incudine (i lavoratori che hanno paura di perdere il posto) e il martello (le banche che non concedono prestiti alle ditte in difficoltà). Nei panni dell'industriale troviamo Pierfrancesco Favino, accompagnato dalla bella moglie Carolina Crescentini.

La trama è una sorpresa: ci si aspetta un noir politico-sociale che strizza l'occhio ai problemi personali del protagonista, e invece ci si ritrova un film che è l'esatto contrario. Dopo un incipit che descrive sbrigativamente cosa rappresenta oggi la crisi in Italia (i dialoghi tra lavoratori e padroni sono infarciti di banali stereotipi), inizia un lungo melodramma costituito da gelosia, tradimenti e ossessioni che, oltre ad aver saturato il mercato cinematografico italiano nelle ultime due decadi, poco hanno a che fare con i problemi degli industriali.

Favino, Crescentini e Scianna (che interpreta l'avvocato del protagonista) ci regalano buone performance recitative. L'unica nota dolente è il pesce fuor d'acqua Elena Di Cioccio, piuttosto inadatta e inesperta.

Da un regista che ha firmato capolavori come Sacco e Vanzetti (1971) e Il giocattolo (1979) ci si aspettava sicuramente di più. La fotografia che incornicia una Torino assoluta protagonista, mai così tetra e cupa, è decisamente il punto forte della pellicola. Montaldo ha il merito di non cadere nella speranza, errore gravissimo che spesso contraddistingue film che dovrebbero fotografare la realtà. Nel 2012 nulla sembra muoversi, nulla sembra migliorare e non c'è nulla da sperare.

di Andrea Pesoli

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