Il classico film delle feste tutto gag fintamente spiritose e attori di grande fama che giocano a fare il verso a loro stessi
Inutile girarci intorno: Capodanno a New York è il classico film delle feste tutto gag fintamente spiritose, attori di grande fama che giocano a fare il verso a loro stessi, una trama che più moscia e banale non si può e una tensione filmica al limite del comatoso.
Ogni cosa comincia e finisce a Times Square, punto nevralgico del vero capodanno che si rispetti, dove tutti, fin dal mattino, rimangono con il naso all’insù in attesa della tradizionale sfera che scenderà esattamente, come sempre, allo scoccare della mezzanotte. Il fatto che si inceppi a pochi minuti dal fatidico momento ha poca importanza, perché si sa ovviamente come andrà a finire. Happy ending per tutti, quindi, a cominciare dalla rock star, il bello e tenebroso Bon Jovi, che, tra una canzone e un’altra, ha anche il tempo di ricucire il cuore da lui strappato l’anno prima alla bella curatrice di catering Katherine Heigl, subito pronta a schiaffeggiarlo per poi baciarlo sotto il vischio.
Medesimo trasporto tra il finto-alternativo Ashton Kutcher e la bella corista Lea Michele, chiusi in ascensore ma liberi a pochi secondi dalla fatidica ora. E sorride pure il moribondo Robert De Niro, visibile in pochissime pose ma al centro dei pensieri gentili dell’infermiera Halle Berry e di quelli della figlia Hilary Swank, responsabile di tutta l’operazione “sfera di mezzanotte”, mentre due coppie gareggiano a partorire per prime per accaparrarsi il premio del neonato 2012. Che ridere. Qualche barlume di piacere indulgente lampeggia, a tratti, davanti alla coppia Michelle Pfeiffer e Zac Efron e alla mini performance del grande Hector Elizondo (il direttore dell’albergo in Pretty Woman), sempre presente in tutti i film di Garry Marshall, brava regista ora in caduta libera. Déjà vu? Certo, poiché è il sequel dichiarato di Appuntamento con l’amore, la cui unica differenza la fa la vera protagonista New York.
Una New York truccata di luci, finta come un baraccone da luna park, edulcorata e venduta come città a misura di adolescente che gira da sola tra la folla ma sempre l’eterna metropoli che non dorme mai, a cui bastano due o tre fotogrammi per rendere speciale qualunque film, anche uno come questo, capace di strappare l’unico brivido comico con la breve performance di una simpatica novantenne che chiude lentamente la porta di un ascensore.
A Capodanno, evidentemente, questo basta e avanza per fare festa.
di Silvia Levanti
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