La rubrica a cura di Federico De Leonardis - Fuori dai Denti

Architettura e urbanistica: il grattacielo Unicredit a Milano e la sua torre.

Milano , 24 Luglio 2012 -

L’articolo di Biraghi sull’edificio di César Pelli (www.doppiozero.com - Unicredit e l’arabizzazione dell’architettura in Italia), uscito a commento di quello precedente di Roberto Marone (Unicredit e la torre sovietica, sullo stesso sito), mi spinge a intervenire per esprimere il sospetto che nella questione del nuovo Centro Direzionale, che in questi giorni sta sorgendo a Milano nell’area fra le due stazioni Garibaldi e Centrale, si stia imboccando una deriva formalista un po’ miope. Per me il problema va ben al di là del significato simbolico della torre. Piuttosto che della sua forma, oggetto del contendere fra i due articolisti, bisognerebbe occuparsi dei problemi che sta procurando all’immagine di Milano la febbre costruttiva che ha preso la città, tutta la città, alla vigilia dell’Expò. Ma per restringere un poco lo sguardo su quanto sta succedendo nell’area menzionata (il progetto delle nuove costruzioni era già in pista nel 2006, prima dell’Expò), mi azzardo a sostenere che i professionisti nel settore e gli uomini di cultura prima di tutto si dovrebbero interrogare sulle proprie responsabilità nel non
Pelli, Torre Unicredit.

aver denunciato con sufficiente energia, quando era ancora possibile incidere sulle decisioni, la modifica operata dalla giunta Moratti al piano urbanistico vinto da P.L. Nicolin, un piano che, dopo anni di stasi, dava al Centro un nuovo assetto (non parlo naturalmente per Biraghi e Marone: il primo uno storico dell'architettura e il secondo non so nemmeno se architetto). Ciò ha portato all’attuale situazione, in cui le nuove costruzioni stanno cambiando lo skyline della città in modo caotico e del tutto arbitrario. Entriamo ora nella questione dalla porta aperta sull’importante rivista Doppiozero dai due autori menzionati.

I riferimenti di Biraghi ai precedenti nell’architettura araba piuttosto che russa e le argomentazioni che scaturiscono dai raffronti saranno anche esatti, ma eludono la sostanza della questione. Perché addentrarsi in sì dotte questioni di derivazione formale, quando era sufficiente dire che il nuovo grattacielo palesa le sue contraddizioni proprio nel rapporto della parte inferiore dell’edificio con la torre? La stessa fotografia riportata dall’articolo lo dimostra: la torre non sposa con l’edificio sottostante ed è evidentissima l’incongruenza dello scatto di verticalità nel suo innesto. Questo ne fa un’appendice dell’edificio, appiccicata lì quasi in modo posticcio, con l’unico scopo di essere visibilissima da qualsiasi angolo della città. Insomma si tratta di pura e semplice “pubblicità”, coerentemente coi tempi postmoderni (che a mio avviso stiamo sopportando anche troppo: vedi per es. il trionfo del museo di Bilbao a firma di Frank Gery). La bellezza della stazione Garibaldi 1 che almeno da fuori si era salvata dall’intervento a centro commerciale che qualche anno fa aveva stravolto il suo interno, è stata praticamente soffocata del tutto, per far posto alle nuove strutture di un edificio forse planimetricamente elegante (è discutibile e non mi addentro nella questione; noto solo che le pareti hanno una funzione esclusivamente di rivestimento formale), ma volumetricamente sbagliato proprio per l’inserimento della torre. E’ stata distrutta un’opera d’arte e persa l’occasione di farne un’altra.

Ma ora abbandoniamo quella porta e usciamo in piazza. Intanto la bellezza o meno di un edificio in sé e i riferimenti culturali scelti dai progettisti hanno importanza solo rispetto al suo inserimento nel contesto urbano in cui si colloca. Lo sappiamo bene, la forma è catartica, ma bisogna essere precisi e soprattutto allargare lo sguardo. Siccome per il grattacielo in questione, come per tutti gli altri che stanno sorgendo come funghi in questi giorni, è mancata completamente qualsiasi idea urbanistica forte (vedi l’intervento dell’arch. Isastia, condito dalle mie osservazioni e pubblicato sul sito della Baldini a seguito di un post precedente, uscito sempre sullo stesso sito, sulla ventilata distruzione della Torre Galfa), il risultato è catastrofico per gli stessi edifici progettati, al di là della singola forma di ciascuno. Questo è il nocciolo della questione. Per far capire cosa intendo farò l’esempio della Roma di Sisto V: anche il piano promosso da quel pontefice metteva al centro delle piazze simboli inutili come gli obelischi (guarda caso), ma erano funzionali a percepire il disegno urbanistico che ha permesso alle grandi architetture di Rainaldi, Borromini, Bernini & C. di essere valorizzate e di fare la bellezza della città. A Milano quod non fecerunt barbari, fecerunt la Moratti e l’Albertini (sia chiaro dopo che le amministrazioni precedenti avevano preparato il campo2 ) con l’assiepamento caotico di architetture senza nessun disegno che non fosse la propria “originalità” formale, avulsa da un contesto e da un piano. La nuova giunta si è precipitata a sfoltire un poco e a tappare qualche buco, ma era già tardi: i buoi erano scappati da quel dì.

Potrei finire qui, ma questo mio commento all’articolo di Biraghi nello spazio della mia rubrica è opportuno sia integrato da alcune considerazioni che riguardano il modo tipico di una certa cultura architettonica di affrontare i problemi che sorgono quando si esaminano criticamente le forme dei nuovi edifici. Le condizioni al contorno vengono ignorate e ci si concentra sulla forma specifica adottata, facendo paralleli e confronti. Per carità, tutto ciò è lecito, anzi doveroso (e del resto anche l’articolo menzionato sul sito della Baldini a proposito del Galfa è lì a testimoniare l’importanza dell’estetica architettonica di un singolo edificio), ma spostare l’attenzione sul particolare rischia di far perdere di vista l’inserimento di questo, non solo nel contesto urbano in cui sorge, anche sullo stesso edificio oggetto dell’osservazione. Ma c’è altro.

Chiunque mette il naso fuori casa per visitare una qualsiasi delle città della nostra modernità si forma un’immagine attraverso un insieme più ampio rispetto a quello che offre il centro, che sia storico piuttosto che city. A questo contribuiscono anche le periferie, che oggi sempre più spesso lo assediano. Ciò è vero in particolare per le metropoli che, in misura maggiore o minore, hanno tutte seguito il modello impostato dal capitalismo aggressivo e ottimista  dell’America della fine del XIX secolo.

Torniamo indietro di mezzo millennio e rimaniamo in Italia. La Roma odierna, che ha conservato una forte memoria delle proprie origini, è riuscita miracolosamente a ostacolare le pressioni della rivoluzione urbanistica cui si è accennato, ma ha subito un assedio dei più odiosi dalle periferie dei palazzinari3 lasciati agire senza regole alla loro febbre speculativa. Meraviglia invece che Milano abbia resistito per anni alla spinta venuta dal modello americano, rimanendo per quarant'anni in mezzo al guado dell’indecisione se prendere la strada della modernità o fermarsi a coltivare le proprie nostalgie4. Il colpo di grazia a queste ultime, venuto dai bombardamenti subiti durante l’ultima guerra, non è stato sufficiente a imboccare la strada di un piano urbanistico coerente con la dinamica economica che la contraddistingue. E’ ingiusto buttare le colpe di questa stasi solo sulla classe politica: l’intellettualità e gli architetti portano altrettanta responsabilità2. Credo che il professor Biraghi, che per l’età naturalmente è fuori da questa mia accusa, farebbe bene a intervenire, perché il dibattito sul nuovo Centro Direzionale milanese serva almeno a evitare errori futuri. I buoi sono scappati, ma facciamo qualcosa per riportarli in stalla.

FDL

 

1  Realizzata nel 1963 su progetto del gruppo coordinato da Eugenio Gentili Tedeschi

2  O tempora o mores.... questo link (http://www.kataweb.it/multimedia/media/23001008) mostra quanto il meglio della cultura politecnica ha proposto per l'adiacente scalo Farini

3  Sia detto per inciso in una rubrica che si occupa principalmente di arte, ci sarebbe da scrivere un volume divertente sull’intreccio arte-edilizia speculativa: parecchi di questi palazzinari, con la ricchezza accumulata in anni di affari investita in opere, hanno fatto la fortuna di molti artisti. Un secondo volume, forse più serio, potrebbe occuparsi invece di come le sirene abbiano messo allo scoperto le debolezze di certa arte, quella meno attrezzata a resistere al canto.

4  Con la Torre Velasca la nostalgia è assurta a una delle icone maggiori della città e, mentre si abbatteva la vecchia Milano, i condomini speculativi che sostituivano le vecchie case ornavano le proprie portinerie di struggenti vedute dei navigli e della città nel settecento etc...) 

 

Commento a caldo di Alessandro Isastia

Secondo me la Roma Barocca appartiene ad un'altra, distante, magnifica, inattingibile cultura superiore. Quantomeno come cultura dello spazio. Personalmente credo che dopo quello trasparente esatto praticabile della Galfa o della stazione Garibaldi non ci resta che un deserto con corpi contorcentisi vari.

E' proprio la base che manca. E' come se la città non riuscisse a mettere un po' di personaggi a tavola perché nessuno saprebbe cosa dirsi, tranne quanto è figo.  Ce l'avessero da dirsi qualcosa, sarebbe una proiezione per il futuro e  risarcirebbe anche del fatto che ignorano la buona educazione, l'uso delle posate, e quel po' di portamento e compostezza.

 

http://federicodeleonardis.tumblr.com/


(Federico De Leonardis)

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